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burkini-bikiniRoma, 20 ago – Il caso burkini ha dato vita a uno dei dibattiti più surreali della storia, parzialmente spiegabile solo con la tendenza tutta agostana a discutere di idiozie senza capo né coda. Proviamo allora a mettere i puntini sulle “i” e a dire qualcosa di sensato sul tormentone estivo del 2016.



1 – Tanto per cominciare, diciamo che il burkini e tutte le accortezze islamiche o non islamiche per umiliare e mortificare il corpo femminile ripugnano alla nostra estetica e alla nostra cultura ancestrale. Questo giudizio di valore di fondo è fondamentale per non scadere in un vago “relativismo” (nel senso deteriore del termine) e fissare ciò che dovrebbe e ciò che non dovrebbe essere “in ordine” in casa nostra.

2 – Tale giudizio non deve del resto spingerci a sentenze sommarie su ciò che invece avviene in casa d’altri. Non sta a noi fare congetture su ciò che è giusto o non è giusto per le donne musulmane, finché stanno a casa loro.

3 – Che succede, però, quando chi è radicato in quella tradizione, che prescrive usanze a noi così incomprensibili, viene trapiantato in casa nostra? Dal nostro giudizio estetico può discendere un divieto esplicito, come quelli emanati in varie località francesi e che molti vorrebbero imporre da noi? In realtà dalla cultura europea discende anche una certa tolleranza e una ripugnanza nei confronti di ogni fissazione sul buoncostume, debba essere esso non troppo lungo o non troppo corto. Chi va in giro a misurare gonne, barbe o costumi non è europeo di spirito.

4 – Il problema non è quindi il burkini o qualsiasi bizzarra usanza tribale, ma il fatto che milioni di allogeni con costumi a noi estranei sono stati fatti entrare in Europa. Ma il problema dell’invasione sono gli uomini, non il modo in cui sono vestiti. Non sono stati i cappelli da cowboy a decimare i Pellerossa, ma i cowboy stessi. La questione, quindi, non si risolve combattendo le usanze degli immigrati, ma limitando drasticamente la loro presenza qui. Una esigua minoranza abbigliata nei modi più bizzarri non crea alcun problema. Una fetta consistente della società, avviata in un futuro non lontano a essere maggioranza, crea problemi. Di sostituzione etnica, però, non di dress code. Anziché dire: “Venite, ma vestitevi come diciamo noi”, non era più semplice dire: “Non venite, ma quei pochi che restano si vestano come vogliono”?

5 – L’idea di combattere (male e con iniziative ridicole) il peccato senza toccare il peccatore è comunque ipocrita e irrealistica. L’idea che l’immigrazione vada benissimo, a patto che l’immigrato preghi il nostro Dio, parli la nostra lingua, vesta come noi, mangi come noi oppure non faccia nulla di tutto questo ma viva nell’oscurità senza dare fastidio – questa pia illusione non può funzionare e non funzionerà mai. Innanzitutto perché è segrtamente “violenta” nei confronti dell’immigrato, a cui si chiede sostanzialmente sradicamento in cambio di accoglienza. E poi perché si tratta di una roba che funziona solo finché gli immigrati sono una minoranza irrisoria, di fresco sbarco, intimorita dalla nuova società, ansiosa di essere accettata. Il nord Europa ha superato da tempo questa fase, noi siamo in procinto di farlo. “Ti accolgo, ma stai a cuccia” funziona solo con i cuccioli. Poi però crescono, diventano dobermann e a cuccia non ci vogliono più stare.

6 – In ogni caso, tra le tante conseguenze spaesanti dell’immigrazione relative a usi e costumi dei nuovi arrivati, è surreale che ci si divida sul burkini, una cosa di cui fino a un mese fa nessuno conosceva l’esistenza e che sarà stata vista dal vivo, in qualche spiaggia italiana, al massimo da qualche decina di italiani. L’assoluta irrilevanza della questione in sé fa capire come si tratti del solito tema da barzelletta, della solita questione che “divide gli italiani”, che fa parlare, che genera una chiacchiera sterile e narcisistica che non giunge neanche a sfiorare l’urgenza dei problemi posti dall’immigrazione allogena in Europa.

Adriano Scianca



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