locandina_4116-640x425[1]Roma, 20 ago – “Secondo Intrum Justitia, che monitora annualmente i ritardi di pagamento di tutte le Pa d’Europa, l’Italia rimane fanalino di coda nella graduatoria dei ventisette paesi Ue con un tempo medio di pagamento registrato quest’anno di centotrentuno giorni. Un arco temporale più che doppio rispetto al limite fissato da Bruxelles”. Questo è quanto ha dichiarato ieri Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA. Infatti, secondo Zabeo: “Anche se a nostro avviso il dato è sottodimensionato dall’ultima stima elaborata dalla Banca d’Italia, emerge che i mancati pagamenti della Pa ammontano a sessantacinque miliardi di euro: trentaquattro a causa dei ritardi di pagamento e gli altri trentuno sono di natura fisiologica”.  In realtà questi dati non sono una novità. Il tre giugno su questo sito si sottolineava che il ritardo della Pa nel pagamento dei suoi debiti nel 2015 è costato alle imprese italiane la cifra di 5,4 miliardi. Un dato, quest’ultimo che non ha pari in Europa. Un altro primato, non invidiabile è quello che riguarda la pressione fiscale. La stessa Cgia il trenta luglio scorso ci ricordava che: “Al netto dei contributi previdenziali, le imprese italiane pagano novantotto miliardi di tasse all’anno. Tra i principali paesi Ue, denuncia l’Ufficio studi della CGIA, solo le aziende tedesche e quelle francesi versano in termini assoluti più delle nostre, rispettivamente 131 e 103,6 miliardi di euro, ma va ricordato che la Germania conta una popolazione di ottanta milioni di abitanti, la Francia sessantasei e l’Italia sessanta”.



Non ci vuole uno scienziato per capire che fare impresa in Italia non è affatto facile, soprattutto per le piccole e medie imprese. Diverso, difatti, è il discorso che riguarda le imprese medio grandi.  Sempre nella giornata di ieri, infatti, un articolo di Stefano De Agostini su Il Fatto Quotidiano si analizzava lo stato di salute delle imprese italiane quotate in borsa, partendo dal saggio Torniamo a industriarci (Guida editori) di Riccardo Gallo, professore di Economia applicata all’Università La Sapienza. De Agostini ci offre alcuni spunti interessanti dell’analisi del professor Gallo, riservandoci qualche sorpresa. Vediamoli nel dettaglio.

Gallo nel suo saggio analizza il processo di industrializzazione in Italia dal 1989 al 2014. Lo studio si basa sul rapporto tra valore aggiunto e fatturato netto. Senza voler entrare troppo nei tecnicismi, è bene dare una definizione di questi termini. Il valore aggiunto o anche plusvalore è la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie all’intervento dei fattori produttivi (capitale e lavoro) a partire da beni e risorse primarie iniziali. Il fatturato netto, corrisponde al fatturato totale (somma totale dei ricavi al netto dell’IVA), meno gli eventuali resi (note di credito) e sconti effettuati.

Ebbene partendo dai numeri di Mediobanca sulle imprese industriali medio grandi, il quadro che viene fuori è sconfortante. Gallo spiega che: “Nell’ultimo quarto di secolo l’industria italiana complessivamente ha perso contenuto, il suo valore aggiunto è diminuito rispetto al fatturato molto più della media europea, si è quasi dimezzato, diciamo che l’industria si è un po’ commercializzata, compra e rivende mettendoci non molto di suo”.

Inoltre, le grandi imprese hanno smesso di investire. Per usare le parole dell’economista de La Sapienza: “Gli azionisti delle società industriali italiane si sono distribuiti nell’ultimo quarto di secolo complessivamente il 110% degli utili netti di esercizio, intaccando così le riserve. In altri termini, hanno saccheggiato le loro stesse imprese”. I costi di questa dissennata politica industriale sono stati pagati dai lavoratori. Dal 1989 al 2014, infatti, le imprese industriali medio grandi hanno perso un terzo dell’organico (il 33,5%) che avevano all’inizio del processo di deindustrializzazione, passando da 1,3 milioni a 914mila dipendenti. L’analisi di Gallo è molto approfondita, e non può essere sintetizzata in poche battute. Rimane, però, una domanda: qual è stata la causa di questo declino? Per Gallo, la risposta a questo quesito è semplice: la crisi degli investimenti è coincisa con la fine dell’intervento dello stato diretto dello stato nell’economia. Facciamo un piccolo passo indietro. Nel 1992 il governo pose fine alle partecipazioni statali, trasformando gli enti in società per azioni. Inoltre, si chiuse la stagione del credito industriale e fu abolito il Cipi, Comitato interministeriale per coordinamento della politica industriale. Ma, il professore preferisce rincarare la dose: “Nell’arco degli anni Novanta furono smantellati numerosi, direi tutti, strumenti di intervento pubblico nell’economia che erano stati istituiti durante il fascismo”. Sì avete inteso bene. Leggere parole come queste su Il Fatto Quotidiano non è cosa da poco. Sarebbe poco elegante ricordare ai collaboratori di Marco Travaglio che hanno scoperto l’acqua calda. Ci preme però fare una raccomandazione al professor Gallo: si cerchi un buon penalista. L’articolo 4 della legge 25 giugno 1993, n. 205, (meglio nota come Legge Mancino): punisce con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000 “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo”. Potrebbe costarle caro, professore la sua nostalgia per l’Iri!

 

Recupero Salvatore

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