Milano, 22 mar – Ousseynou Sy non si pente. Il senegalese che ha sequestrato un bus con a bordo 51 ragazzini e gli ha dato fuoco non ci pensa nemmeno a chiedere scusa per quanto è successo. “Pentito? Nessun pentimento. Era una cosa che dovevo fare e che rifarei. Cento volte. Perché l’ho fatto? Per mandare un segnale all’Africa. Gli africani devono restare in Africa”, ha detto ai magistrati rivendicando il gesto con convinzione. Dichiarazioni che entrano in contraddizione con quanto detto nel video che il senegalese aveva postato su YouTube qualche giorno prima della tentata strage. Sono comunque parole pesanti, che evidenziano l’intenzionalità di provocare delle morti, e la matrice stragista del gesto. Sy non sembra avere paura del lungo processo che dovrà affrontare, né del carcere: “Non fa niente, l’avevo messo in conto. Volevo un’azione eclatante, il mondo doveva parlare di me”, riporta il suo avvocato.

A San Vittore

Dopo i fatti dell’altro ieri, per Ousseynou si sono spalancate le porte di San Vittore. Con tutto quello che comporta l’aver cercato di bruciare vivi 51 bambini: come riporta il Giornale, gli altri carcerati l’hanno accolto con un fitto lancio di uova e arance, continuamente, proseguendo per tutta la notte in direzione della cella, impedendogli di dormire. Il codice carcerario non scritto, quello degli “ospiti”, prevede delle sanzioni fisiche decisamente pesanti per chi fa del male ai bambini. Tanto che la direzione del carcere si è vista costretta a trasferire il senegalese in un altro settore della casa circondariale. Attualmente si trova nel quinto braccio, quello dei detenuti che non possono stare insieme agli altri: pentiti, stupratori, ex appartenenti alle forze dell’ordine e coloro che si sono resi colpevoli di reati contro donne e minori. Lì, ha detto al suo avvocato, si sente “più al sicuro”.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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