Roma, 20 gen — Capezzoli «liberi» su Facebook e Instagram: tutte le persone dovrebbero poter mostrare liberamente i propri capezzoli, senza distinzione tra sesso e orientamento sessuale. A raccomandarlo fortemente non siamo noi ma un report dell’Oversight Board, ovvero il consiglio di «supervisione permanente» dell’azienda Meta, un organismo che prende quelle decisioni di moderazione dei contenuti definitive e vincolanti che stabiliranno poi un precedente sui due social, in una sorta di «autogoverno delle piattaforme» di chiara matrice liberal progressista, come tutto ciò che norma l’apparato Zuckerberg.

L’Oversight Board raccomanda i “capezzoli liberi”

Il gran consiglio ha riscontrato un’incoerenza tra gli standard internazionali dei diritti umani e le policy di nudità degli adulti e i contenuti ritenuti come sessuali di Meta. Queste discrepanze, sempre a detta di Oversight, hanno creato discriminazioni. Perché un uomo ha il diritto di mostrare i propri capezzoli in una foto a petto nudo mentre una donna viene censurata? Spiegare la differenza tra i caratteri sessuali secondari maschili e femminili ai 40 savi di Meta è fiato sprecato: è tutta gente che professa l’esistenza di 78 (adesso saranno pure di più) gender, e infatti la reprimenda a Meta è tutta a favore degli unicorni Lgbt. Si parte bacchettando le restrizioni sull’esposizione dei capezzoli femminili per arrivare alla condanna della «visione binaria del genere» e della «distinzione tra corpi maschili e femminili» che lederebbe i diritti delle persone intersessuali, transgender e non binarie. 

La marchetta ai trans

Dobbiamo quindi dare il benvenuto all’era del capezzolo libero? Non è così automatico. Nonostante le decisioni dell’Oversight board in materia di rimozione e ripubblicazione dei contenuti siano vincolanti, non vale lo stesso, invece, per le raccomandazioni come quella sui capezzoli, a cui Meta dovrà rispondere entro 60 giorni ma senza obbligo di applicare le indicazioni di cui sopra. In tre anni di esistenza, l’Oversight ha fornito più di 130 raccomandazioni ma l’azienda di Zuckerberg ne ha messe in pratica solo 40. Rimaniamo in attesa del responso.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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