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Roma, 2 apr – L’Italia resterà chiusa in casa fino a Pasquetta compresa. Fino ad allora sono prorogate tutte le misure anti contagio e le restrizioni sugli spostamenti, secondo il Dpcm firmato ieri dal premier Giuseppe Conte. Medici e esperti tuttavia si pongono il problema di come dovrà essere la graduale riapertura dopo la serrata generale, per evitare che si vanifichino sforzi e sacrifici compiuti dagli italiani, costretti in casa da due mesi.

Rezza: “Dopo Pasqua servirà programma di individuazione rapida dei positivi”

Dopo Pasqua “bisognerà osservare se la curva va bene. A quel punto certamente alcune attività produttive si potranno riaprire, ovviamente mettendo in sicurezza i lavoratori. E andrà messo in piedi un programma di individuazione rapida di eventuali casi“. E’ il parere del direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, Giovanni Rezza, intervistato da Repubblica. L’epidemiologo inoltre considera rischioso “riaprire” alcune regioni prima di altre. “Nei pochi giorni che alcune regioni del nord sono state chiuse e le altre no – spiega – abbiamo visto le fughe da quelle aree. Per questo forse riaprire in modo scaglionato può non essere efficace. E poi la maggior parte delle attività produttive stanno proprio al nord. Che facciamo, lo apriamo dopo perché ha avuto una maggiore diffusione del virus?”, fa presente Rezza.

L’appello al governo di 150 accademici: “Riaprire sì ma a queste condizioni”

Intanto 150 accademici scrivono al governo per spiegare quali misure si debbano prendere nella cosiddetta “fase 2”, quella in cui pian piano si riaprirà il Paese. Tra queste, l’incremento dei test, l’utilizzo di tecnologie di intelligenza artificiale e di tracciamento con geolocalizzazione, l’isolamento dei soggetti positivi e misure di quarantena localizzate. L’importante – sottolineano gli esperti – è ripartire: non è pensabile tenere bloccato un Paese ancora per diversi mesi, avrebbe conseguenze economiche e sociali devastanti. I 150 professori sono medici, scienziati, economisti, matematici, fisici, biologi, filosofi, storici, chimici, ingegneri, giuristi: l’appello nasce dall’iniziativa del professor Giuseppe Valditara, già capo dipartimento formazione superiore ricerca del Miur.

Il modello della Corea del Sud

L’appello prende esempio dall’esperienza della Corea del Sud, che con una serie di misure è passata dalla condizione di seconda nazione al mondo per numero di contagi a poco più di un decimo di quelli accertati in Italia. “Tali misure hanno reso possibile un elevato livello di contenimento evitando il blocco totale del sistema economico e produttivo. Le misure di sorveglianza attiva, già avviate in Veneto, potrebbero inoltre concorrere ad una migliore gestione dell’emergenza sanitaria evitando la saturazione degli ospedali e prevedendo misure solo localizzate di quarantena generalizzata”, si legge nell’appello.

“Tracciamento dei soggetti con geolocalizzazione”

Fondamentale il tracciamento dei soggetti, ecco perché i firmatari giudicano necessario “l’avvio di una politica di geolocalizzazione che deroghi temporaneamente alle norme sulla privacy, con un termine certo e nel rispetto dei diritti costituzionali”. I 150 accademici indicano anche la necessità di “aumentare il numero dei tamponi e dei test sierologici generalizzati per quelle categorie professionali che operano a contatto con i pazienti o che hanno più contatti con il pubblico e per tutti coloro che manifestano sintomi, i loro familiari e tutto coloro con cui sono venuti in contatto negli ultimi giorni”.

“Isolamento e monitoraggio per evitare contagi”

I firmatari precisano che nella fase 2 deve restare l’obbligo delle mascherine per chi frequenta luoghi pubblici dove non si possono mantenere distanze opportune, come uffici e mezzi di trasporto. “Occorre altresì prevedere forme di isolamento e monitoraggio con adeguata quarantena dei positivi per evitare il contagio dei conviventi e dei loro contatti stretti. Queste misure potrebbero anche sfruttare hotel e case vacanze, che al momento sono praticamente vuote, per mettere in quarantena centralizzata tutte le persone a rischio, opportunamente identificate. Inoltre – concludono – si deve prevedere la creazione di reparti ad hoc negli ospedali per evitare la paralisi della assistenza ospedaliera”.

Ludovica Colli