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Roma, 21 nov – Carlo Tavecchio ha lasciato nel peggiore dei modi, da politico consumato qual è sempre stato, da equilibrista e da uomo di potere: il suo non è stato certo un testamento da rimpiangere perché lontanissimo dalla filosofia di un vero presidente federale che al centro del progetto dovrebbe lo sport e la sua massima espressione: in questo caso la Nazionale e tutto il movimento. Tavecchio ha raccontato mezze verità, quelle che gli facevano comodo, ha detto alcune bugie e si è messo al petto delle medaglie che sul Prodotto Calcio sono di pura latta: una foglia di fico per nascondere la mera gestione del potere.

LA SPINTA DECISIVA DEI DILETTANTI – E da uomo di potere, Tavecchio è stato fatto fuori con le sue stesse armi: il cambio di “casacca” a seconda della convenienza del momento; il tradimento. L’Uomo della Sciagura Mondiale ha piagnucolato e si è sentito tradito in particolare da Cosimo Sibilia, politico di Forza Italia, presidente dei Dilettanti, la corposa LND che ha i voti in Consiglio Federale per fare la differenza. La posizione contro Tavecchio dell’Assocalciatori rappresentata da Damiano Tommasi è nota da tempo e coerente; Tommasi però prima dell’avvento di Tavecchio ambiva ad un ruolo prioritario poi soffiatogli. E, proclami a parte, in questi anni non sempre ha convinto: tante prese di posizione per denunciare le irregolarità contabili e non solo dei club, specie in Lega Pro nei confronti dei calciatori per poi finire sempre col scendere a patti ritirando le minacce di sciopero duro e puro.

Gabriele Gravina è stato visto in queste ore da qualcuno come l’altro “traditore” di Tavecchio, ma in verità lui con il presidente federale non è mai stato allineato, considerato che si era candidato per le ultime elezioni contro il Ragioniere di Ponte Lambro salvo poi essere tacitato e farsi da parte in cambio della probabile chiusura di un occhio da parte degli organi di controllo federali sulla sua gestione un po’ troppo morbida della Lega Pro, imbottita di squadre al limite del collasso di bilancio. Gravina viene dipinto come un collezionista di incarichi, attraverso i quali si accontenta; per questo non è da tenere in seria considerazione per le prossime elezioni federali che il Consiglio indirrà entro 90 giorni come da regolamento.

LE MIRE DI MALAGO’ – Il presidente del Coni, uno capace di andare a braccetto con l’arte della diplomazia, stranamente ma non troppo, è invece uscito subito allo scoperto dopo la mancata qualificazione dal Mondiale, chiedendo la testa di Tavecchio. Lo ha fatto per due ragioni: primo, perché è maledettamente ambizioso e ha sempre aspirato a governare anche il Calcio, non accontentandosi di essere il capo dello sporto italiano. Mercoledì è prevista una Giunta straordinaria del Coni e Malagò è entrato in partita a cadavere di Tavecchio ancora caldo, ventilando e cavalcando il possibile commissariamento della Figc con lui nelle vesti di Commissario straordinario o, al massimo con uno dei suoi uomini. Per questo sta già lavorando sulla Giunta per ottenere il consenso e il via libera. In modo tale da governare il Calcio e poi portare alle prossime elezioni della Figc un uomo di sua fiducia. Malagò si sta muovendo con questa disinvoltura perché per il momento gode del pieno appoggio della politica, vale a dire del ministro dello Sport Lotti e, sullo sfondo, di Matteo Renzi. Ma con la prossima scadenza elettorale (anche se si dovrebbe votare dopo le elezioni in Figc), gli scenari potrebbero cambiare.

L’asso nella manica di Malagò, in queste ore, sono le leghe di A e B commissariate da tempo e una Federcalcio con un presidente dimissionario: ragioni che a suo avviso legittimano ampiamente il commissariamento della Figc. Anche se giovedì la B avrà probabilmente il suo presidente nella figura dell’avvocato Balata, l’attuale commissario. E lunedì prossimo potrebbe toccare alla A anche se non ci sono segnali di una convergenza netta su un profilo definito. Proprio la Lega di A è pesantemente contro il commissariamento voluto da Malagò perché vuole contare e pesare nella scelta del prossimo presidente federale; visti i risultati sarebbe meglio di no.

IL CREDITO DI SIBILIA – A quel punto entrerebbe in gioco Cosimo Sibilia che, con lo strappo in Consiglio Federale e lo scalpo di Tavecchio (che pure aveva contribuito a metterlo al suo posto in LND) avrebbe sicuramente un credito pesantissimo da giocarsi. Qualcuno parla anche di un possibile ritorno sulla scena di Abodi, manager moderno, sconfitto da Tavecchio e dai poteri forti, ma bravo a ridare un po’ di senso e dignità alla moribonda serie B quando era presidente di Lega. Sibilia invece rischia di bruciarsi la candidatura se, nel frattempo, Malagò venisse depotenziato nel suo progetto espansionistico: il Consiglio Federale che non si è dimesso ovviamente per scelta politica (facendo indispettire Tavecchio) si appella alle norme federali per continuare a gestire in proprio (attraverso il presidente federale dimissionario depotenziato o i suoi vice) la gestione dell’ordinaria amministrazione per i prossimi 90 giorni fino a nuove elezioni.

LE BUGIE DI TAVECCHIO E LA TROPPA POLITICA – Tavecchio ha cercato ancora una volta poco elegantemente di scaricare tutte le colpe del fallimento su Ventura, raccontando che la scelta del cittì non era stata la sua (salvo poi rinnovargli il contratto in estate fino al 2020) ma di Marcello Lippi. Lo stesso allenatore campione del Mondo lo ha smentito a breve distanza spiegando che invece, con il mandato di responsabile tecnico delle nazionali, aveva portato al presidente federale tre candidature: Ventura, Gasperini e Montella. La verità di Lippi in questo caso è parziale perché poi, alla fine, decadendo per svariate ragioni le altre candidature, aveva avvallato nettamente la scelta Ventura. Salvo poi essere impallinato in un rigurgito di legalità dal Sistema per la norma dell’incompatibilità delle cariche con il figlio procuratore. Anche in questo spazio avevamo raccontato che Lippi era stato probabilmente messo nella condizione di lasciare da qualche soffiata arrivata da ambienti del Palazzo interessati alla candidatura De Biasi come cittì per una miglior condivisione del potere. E questa figura, nell’ambiente qualcuno la collega a Michele Uva, dg della Figc e vice presidente Uefa.

L’errore di Tavecchio invece è stato quello di voler continuare con un cittì non scelto da lui, se dice la verità. Ma la verità vera è un’altra: Tavecchio si è aggrappato a Ventura per non perdere potere di fronte a chi, come Uva e Gravina, spingevano per il loro candidato De Biasi. Insomma, la più sfrenata gestione del potere ai danni del calcio italiano e delle sue generazioni. È vero che Tavecchio, da abile politico è riuscito a giocarsi la carta vincente e popolare del Var per primo, risultando un Grande Elettore del presidente Fifa Infantino e di quello Uefa Ceferin. È vero che è riuscito ad ottenere il ritorno a 4 squadre italiane in Champions; è vero che ha messo Uva e la Christillin dentro al Palazzo che governa il calcio in Europa; tutto vero, ma queste non sono politiche che portano alla ricostruzione diretta del Movimento alla base. Ma solo soldi e prestigio; come la crescita dei proventi dai diritti tv. Ma questi e i giochi di potere non ti portano al Mondiale. Dove ci è andata la povera (calcisticamente) Svezia. Palo o non palo di fantozziana memoria evocato da un Tavecchio in confusione. Per questo, in mezzo a questi miasmi velenosi e nefasti, le uniche voci pulite che andrebbero ascoltate e dovrebbero guidare la Rinascita per il momento sono quelle pronunciate in queste ore da Marcello Lippi e da Damiano Tommasi: “rimettiamo lo sport al centro del progetto; senza, sarà ancora un fallimento protratto nel tempo…”. Con Ancelotti, il mago Otelma o l’allenatore che arriva da Marte.

Paolo Bargiggia

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