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Roma, 9 giu – Gli storici dell’arte di matrice marxista e quelli legati al pensiero unico per anni hanno negato lo spessore culturale di un grande artista sardo come Giuseppe Biasi. Per anni hanno nascosto o dimenticato la creatività, l’orgoglio culturale, le ricerche, la grande capacità artistica di raccontare i miti, i racconti, la tradizione e la vita della Sardegna ai primi anni del novecento.

Giuseppe Biasi Fu rappresentato nel dopo guerra come, quasi, pittore folcloristico, modesto narratore dei paesaggi e delle popolazioni sarde. Alcune volte accennato come avverso al partito Fascista e per questo motivo osteggiato dal Regime: niente di più falso, era semplicemente un vero intellettuale che osava dire e fare quello che pensava. Partecipò, insieme a pochi altri, a quella fronda culturale giovanile e di avanguardia che desiderava una maggiore velocità nel cambiamento: alcune istituzioni non capirono il coraggio e l’orgoglio, la scelta e la capacità nell’indicare nuove vie culturali, e di ricerca nelle arti visive, per cui perse alcune commissioni.

Viaggiò per lavoro molto spesso all’estero. Ma nel settembre del 1943 trovandosi al Nord, colpito dal tradimento del re di Badoglio, scelse la via dell’onore e della parola data. In una guerra ormai persa, con l’Italia invasa e bombardata dalle truppe alleate preferì scegliere i perdenti ed aderire a quasi 60 anni alla Repubblica Sociale.

Fu arrestato alla fine di aprile del 1945 e portato in carcere. Il il 20 maggio (la guerra era finita da circa un mese) un gruppo di partigiani lo assassinò in carcere a colpi di calcio di fucile in testa. Questa verità ha dato sempre fastidio e spesso viene dimenticata od occultata da alcuni critici, scrivendo che fu colpito da un sasso in testa durante il trasferimento da un carcere all’altro (forse un meteorite piovuto dal cielo, quindi volontà divina) o scrivendo solo la data della morte come se fosse morto naturalmente, senza raccontarne l’omicidio. All’inaugurazione dell’importante mostra del 2 ottobre 2001 presso il Complesso del Vittoriano di Roma alla presenza di Sgarbi e dei curatore della esposizione fu chiesto come mai non avevano accennato a come era morto. Uno dei curatori, imbarazzato, rispose che …insomma lui, il curatore, era comunista.

Il Gauguin italiano

Giuseppe Biasi fu pittore, incisore, illustratore. Iniziò a sedici anni a pubblicare sui fogli umoristici sassaresi. Si trasferì a Roma presso lo scultore Giovanni Prini che lo introdusse nelle redazioni de l’Italie e l’Avanti della Domenica. Tornato in Sardegna con il conterraneo Mario Mossa de Murtas iniziò a viaggiare nell’isola per scoprire oltre le bellezze, la vita, il folclore, le memorie. Un insieme che riportò nelle sue opere.

Si laureò in giurisprudenza nel 1908. Fu legato da sincera amicizia con Grazia Deledda, premio Nobel. Partecipò alla I Secessione Romana ed alla Biennali di Venezia. Spirito libero, di taglio nazionale popolare durante la I guerra mondiale venne ferito da una granata austriaca che lo rese claudicante tutta la vita. Nel 1924 e fino al ‘27 visse tra la Tripolitania, la Cirenaica e l’Egitto, narrando nelle sue opere il ricordo di un mondo primitivo non ancora contaminato dalla decadenza occidentale. Questo periodo artistico la fa  figurare come il Gauguin italiano. Ritornato in Italia cominciò ad avere alcune commissioni pubbliche. Da visitare l’interno della stazione di Tempio (Pausania)nel 1937 si trasferisce a Biella dove ottiene successi di critica e di vendite.

Egidio Maria Eleuteri

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