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Berlino, 2 ago – In Germania imperversa ormai da metà giugno uno scandalo che, per ora, non accenna a placarsi. Si tratta del polverone alzato dall’irresistibile successo di vendite registrato dal breve ma denso saggio Finis Germania (Antaios Verlag, 104 pp., 8,50 €), pubblicato nello scorso febbraio. Il libro, infatti, ha scalato in breve tempo tutte le classifiche librarie: per molte settimane è stato al primo posto di quella dell’Amazon tedesca e si è ben piazzato nelle autorevoli liste stilate da Süddeutsche Zeitung, Berliner Morgenpost, Norddeutscher Rundfunk e dallo Spiegel.



L’autore è il compianto Rolf Peter Sieferle, a lungo docente universitario presso gli atenei di Mannheim e San Gallo. Sieferle, che si è tolto la vita nel settembre del 2016 a 67 anni, era uno stimato storico che si era distinto grazie ai suoi studi sulla storia dell’ambiente e sugli autori della rivoluzione conservatrice tedesca. Le sue competenze in fatto di ambiente ed ecologia lo avevano addirittura portato nel 2010 a collaborare su questi temi con il governo di Angela Merkel. Da un punto di vista ideologico, Sieferle ha attraversato tutto lo spettro politico, partendo dall’estrema sinistra per arrivare a nutrire simpatie di destra. Ed è proprio presso l’editore di punta della nuova destra tedesca (Antaios Verlag) che Finis Germania ha trovato accoglienza postuma.

Lo scandalo ha avuto inizio a metà giungo, allorché il quotidiano Süddeutsche Zeitung e il canale radio Norddeutscher Rundfunk inserirono il titolo nella loro lista di consigli per la lettura. Eppure, una volta fatto notare che si trattava di una pubblicazione proveniente dai tipi di Antaios, è scoppiato il finimondo. Le testate che avevano stilato la classifica hanno quindi avviato indagini interne per capire chi avesse consigliato il volume. Alla fine si fece avanti Johannes Saltzwedel, germanista e collaboratore dello Spiegel, il quale ammise di aver menzionato Finis Germania con lo scopo di suscitare un dibattito su un libro che, per quanto controverso, solleva comunque in maniera brillante alcune questioni di fondo della tribolata cultura tedesca, tra cui quella tormentatissima e delicatissima sulla memoria storica e l’identità nazionale. A causa delle forti polemiche Saltzwedel si vedrà costretto a rassegnare le dimissioni. Il “danno”, però, ormai era fatto: la notizia dello scandalo ha portato migliaia di lettori incuriositi ad acquistare il volume, di cui si è arrivati a vendere fino a 250 copie all’ora. Un successo di pubblico strepitoso che, come detto, ha catapultato il libro ai primissimi posti delle classifiche librarie. Di qui poi la recente e controversa decisione dello Spiegel di depennarlo dalla sua lista. Una decisione talmente controversa da raggiungere addirittura la stampa straniera, tra cui il New York Times e il Guardian.

Ma, per passare ai contenuti, si tratta effettivamente di un libro “antisemita” o addirittura “negazionista”, come alcuni hanno affermato a sostegno della richiesta di censura? In realtà, questa accusa rimane quantomeno azzardata. Sieferle, infatti, non ha mai messo in discussione l’Olocausto o i crimini nazionalsocialisti, così come non ha mai indicato gli ebrei come nemico “oggettivo” del popolo tedesco. Al contrario, l’autore si è più che altro limitato a criticare il “mito di Auschwitz”, dove per “mito” egli intende non già una “leggenda senza fondamento”, bensì esplicitamente “una verità che si pone al di là di ogni discussione”. Quello che Sieferle vuole appunto “discutere” non è pertanto la storicità dell’Olocausto (definito anzi come “crimine”), bensì la memoria storica che attorno a questo evento è stata costruita per addossare al popolo tedesco una specie di peccato originale inespiabile.

Il libro, ad ogni modo, si sofferma anche e soprattutto sulla situazione attuale della Germania, in cui una popolazione sempre più vecchia e in regressione demografica non riesce a far fronte all’immigrazione di massa – tema a cui lo stesso Sieferle ha del resto dedicato un saggio intitolato Il problema dell’immigrazione. E sembrano in effetti proprio questi gli argomenti sollevati dall’autore su cui la stampa tedesca avrebbe potuto soffermarsi, invece di ricorrere alla scorciatoia della censura. Argomenti che comunque, al di là del fuoco incrociato dei media mainstream, hanno avuto anche riscontri positivi, come quello di Rüdiger Safranski, filosofo e scrittore molto autorevole in terra tedesca, il quale si è spesso distinto per posizioni controcorrente sul tema immigratorio. Un dato che però emerge da questo affaire dai contorni opachi è senz’altro questo: benché ogni dibattito sulla memoria storica del popolo tedesco venga prontamente e da più parti inibito, il successo di vendite di Finis Germania suggerisce che, forse, il tempo per avviare questo dibattito è finalmente giunto.

Gabriele Costa

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