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Roma, 5 giu – “Una ferita profonda e dolorosa“, un “passaggio delicato” che richiede una reazione forte e immediata. O si riscatta “con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”. Così il vicepresidente David Ermini si esprime su quella che è una crisi istituzionale senza precedenti e che fa tremare il Consiglio superiore della magistratura per effetto dell’Inchiesta di Perugia, nella quale sono indagati Luca Palamara, e Stefano Rocco Fava, pm a Roma, e il togato dimissionario del Csm Luigi Spina.

Quattro togati autosospesi

La bufera ha travolto l’intera magistratura italiana: quattro togati del Csm si sono autosospesi. Lunedì sera Corrado Cartoni e Antonio Lepre, di Magistratura Indipendente, non indagati ma che avevano  preso parte a incontri con gli esponenti del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri per discutere della nomina del procuratore di Roma, e ieri – annunciandolo poco prima del plenum riunito per fare il punto sullo scandalo – Gianluigi Morlini, di Unicost, e Paolo Criscuoli di Mi. Ma dall’assemblea di Palazzo dei Marescialli, insieme alla presa d’atto della gravità della situazione, arriva anche una forte assunzione di responsabilità: con un documento approvato all’unanimità tutti i consiglieri, laici e togati, si dicono “sgomenti e amareggiati”, denunciano comportamenti da cui “prendere con nettezza le distanze” e richiamano la necessità di “un radicale percorso di autoriforma”. E da più parti arriva il riconoscimento al vicepresidente Ermini di una gestione saggia, ferma e responsabile della situazione e al valore imprescindibile della guida del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che del Csm è il presidente. Il plenum ha anche preso atto delle dimissioni di Spina e ha deliberato il suo rientro in ruolo alla procura di Castrovillari, suo ufficio di provenienza.

La rete di corruzione di Palamara: da Lotito i biglietti per le toghe

Incontri segreti, in hotel, durante le cene a casa e anche per strada. L’informativa del Gico della Guardia di Finanza, che ha incastrato Palamara e travolto il Csm, racconta solo sette giorni di trattative per le nomine dei vertici degli uffici giudiziari. A cominciare da quello di Roma. Dal 9 al 16 maggio. Sette giorni che bastano e avanzano, visto che i militari intercettano gli incontri tra l’ex presidente dell’Anm e i parlamentari Lotti e Ferri, ai quali partecipano anche Spina, Cartoni e Lepre. Palamara coinvolge nelle trattative anche il presidente della Lazio, Claudio Lotito, che dà i biglietti per le partite. E i militari intercettano anche le conversazioni sulla Tribuna d’onore assicurata a Spina lo scorso 15 maggio, in occasione della finale di Coppa Italia Lazio-Atalanta all’Olimpico. Ieri, Spina, interrogato dai pm, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma la rete prevedeva di coinvolgere chiunque potesse essere utile all’obiettivo di indirizzare le nomine dei procuratori di Roma, Perugia e Brescia.

Le indagini proseguono

Intanto le indagini vanno avanti. La GdF lavora almeno su un altro episodio di corruzione a carico di Palamara: la ristrutturazione di casa finanziata dall’imprenditore Fabrizio Centofanti, lo stesso che, dal 2011 al 2017, avrebbe pagato viaggi a lui e alla sua famiglia. Dalle intercettazioni poi risulta che è soprattutto Lotti, deputato del Pd e imputato nel processo Consip su richiesta del procuratore Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Paolo Ielo, a insistere sulla necessità di un nuovo capo dell’ufficio giudiziario più grande d’Italia all’insegna della discontinuità con Pignatone. Ma la linea è condivisa da tutti i partecipanti, nelle riunioni durante le quali si discute la strategia per ottenere in commissione e poi al plenum l’obiettivo, ossia piazzare Marcello Viola a capo dell’ufficio della Capitale. I militari individuano la partecipazione di Cartoni, Spina e Lepre. E indicano due consiglieri non identificati. Per questo ieri il vicepresidente Ermini ha chiamato a raccolta membri togati del Csm, pretendendo chiarezza.

Il ruolo di Ilaria Sasso dal Verme

Fondamentale per la gestione dei voti e delle nomine, sarebbe stato il ruolo di Ilaria Sasso dal Verme, magistrato fuori ruolo e segretaria della Commissione incarichi direttivi. L’opera di persuasione al voto, soprattutto dei componenti laici del consiglio, passava anche dalla predisposizione dei curriculum. Per questo Palamara si sarebbe “lavorato” Sirignano, compagno della donna, coinvolgendolo nella partita delle nomine. Uno scandalo che si sta allargando e che infligge una ferita profonda alla magistratura italiana. E forse dovrebbe suggerire un bagno di umiltà per quelle toghe spesso politicizzate che sovente si ergono a giudici morali del Paese.

Adolfo Spezzaferro

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