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rommRoma, 4 dic – La nostra Italia, lo sappiamo, è un museo diffuso, i beni culturali presenti nel territorio nazionale rappresentano una risorsa ancora da sfruttare, tant’è che qualcuno ne parla – e non a torto – come “il nostro petrolio”. Ma queste sono cose risapute e la mancanza tutta italiana di lungimiranza e di errori concettuali clamorosi sulla gestione del nostro patrimonio storico, artistico, archeologico, paseaggistico e demo-etno-socio-antropologico meriterebbe un approfondimento dettagliato a parte, che ci riproponiamo di farlo quanto prima.



Oggi parliamo di Roma: nei giorni passati in occasione degli scavi per la linea C, è tornata alla luce da 20 metri sottoterra una fattoria di età imperiale. Un ritrovamento eccezionale sia per la straordinaria vicinanza alle mura Aureliane, tale da essere l’insediamento agricolo più vicino all’Urbe fino ad oggi ritrovato, sia soprattutto per la scoperta dell’enorme bacino idrico annesso alle strutture. Dice infatti a riguardo Rossella Rea, che assieme a Francesca Montella e Simona Morretta dirige gli scavi, che si tratta di una vasca “così grande che supera il perimetro del cantiere e non è stato possibile scoprirla interamente”. La Rea specifica poi che la vasca “era foderata di coccio pesto idraulico e, nelle dimensioni oggi note, poteva conservare più di 4 milioni di litri d’acqua. Nel I secolo si aggiunge alle strutture di sollevamento e distribuzione idrica di un impianto agricolo attivo dal III secolo a. C. nell’area dell’attuale via La Spezia e di San Giovanni. Il bacino misurava circa 35 metri per 70, pari a un quarto di ettaro, la superficie di uno iugero. Sembra probabile che la sua funzione principale fosse quella di riserva d’acqua a servizio delle coltivazioni e vasca di compensazione per far fronte alle piene del vicino fiume. Nessun altro bacino rinvenuto nell’agro romano ha dimensioni paragonabili”.

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Il nostro patrimonio non è quindi solo quello esposto, ma è destinato a crescere costantemente nel tempo, grazie a queste scoperte che gettano nuovi contributi inediti per lo studio specialistico. Ma l’indotto della cultura non è, paradossalmente, così florido come potremmo pensare. Il 29 novembre infatti il settore della cultura, con molte della miriade di sigle esistenti, ha scioperato con lo slogan “la cultura è lavoro e il lavoro si paga” denunciando la condizione disarmante in cui gli addetti alla cultura sono costretti ad operare, tra dottorati di ricerca e master non retribuiti, precarietà e lungaggini varie nei corridoi degli eterni raccomandati, i dipartimenti universitari. La grande piaga è il volontariato, che, immettendo nei musei opera gratuita, “droga” il mondo del lavoro e non offre l’adeguata qualità e professionalità al fruitore che invece offrirebbe chi ha investito anni della sua vita nello studio e nella formazione accademica. Un bubbone, questo, che da anni si ingrossava e che adesso è finalmente scoppiato, per il quale la nostra politica deve trovare soluzioni adeguate. O meglio, dovrebbe. Infatti se le soluzioni fossero tutte come quella escogitata da Ignazio Marino, l’unica cosa sensata da fare sarebbe quella di chiudere le università umanistiche per sempre.

Che ha combinato stavolta Marino? Il comune di Roma doveva catalogare ben 100 mila reperti archeologici fuori esposizione provenienti dall’antiquarium dei Musei capitolini. Per far ciò, Marino ha stretto un accordo con Enel che finanzierà la campagna catalografica, sì, ma in Usa, nelle università del Missouri per la precisione, “dove saranno oggetto di ricerca e analisi”, dice il sindaco Marino presentando l’operazione «The hidden treasure of Rome», “con strumenti tecnologici all’avanguardia da parte di ricercatori di musei e università tra le più prestigiose del Nord America, per poi essere restituiti alla città classificati e catalogati, pronti per essere inseriti in importanti progetti espositivi e culturali. Un lavoro che se Roma dovesse fare da sola, con le proprie risorse, richiederebbe decenni. Oggi, invece, possiamo avvalercene a costo zero”.

Come se in Italia non avessimo dei validi catalogatori o scarseggiassero le tecnologie. Possibile poi che Enel finanzi l’operazione solo in Usa e non in Italy? E se non proprio Enel, qualcun’altro? Neanche in paesi sottosviluppati del Terzo mondo avviene tutto questo, quelli realmente privi di professionalità qualificate pretendono infatti che siano gli studiosi stranieri ad andare in loco a studiare i materiali, a portare tecniche e professionalità, instaurando cooperazioni e scambi più o meno fruttuosi. Senza tenere in considerazione i rischi che le opere inevitabilmente correrebbero in una movimentazione di così vasta scala.

Marino, tra la panda Rossa e la genialata della viabilità dei Fori imperiali, ha perso di vista forse il preciso compito dell’amministratore, quello cioè tutelare i beni che è chiamato ad amministrare, ovviamente lasciando un canale preferenziale alle Università romane ed italiane, aprendo anche questo settore alla delocalizzazione. Quando questa campagna di catalogazione sarà terminata, forse il sindaco di Roma si glorierà del risultato ottenuto con criteri puramente esterofili ed antinazionali. Chissà invece se un giorno si ricorderà anche dei millenni di civiltà che ogni giorno respira in Italia, dedicando un pensiero anche a quelle migliaia di giovani laureati che avrebbero potuto lavorare con queste opere.

Alessandro Pallini

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