Milano, 4 mar – A Milano ieri è andata in scena l’ennesima rappresentazione di quel mondo tanto egemone a livello di élite quanto lontano dal sentire popolare. Un mondo che vede razzismo dappertutto e promuove l’immigrazione di massa senza più nascondere il suo fine ultimo: una completa sostituzione etnica. Per le vie della città si è tenuta una carnevalesca marcia per i “diritti”, utilizzata per lanciare una nuova sfida politica, in particolare alla linea di Salvini, più in generale a quei sentimenti di popolo che spingono per la tutela di identità e sovranità. In tal senso roboanti sono state le parole del sindaco Sala che, da esagitato padrone di casa, ha parlato di un “momento spartiacque”. Tipo: o siete con noi, i buoni, o siete con gli altri, i cattivi, i razzisti. Niente di nuovo, si dirà. Vero, niente di nuovo, ma di più arrogante e aggressivo sì, qualcosa di diverso c’è. E non è un caso che il “grido di guerra” si alzi proprio da Milano, dalla Milano di Sala.

Quale alternativa

La metropoli lombarda sfugge politicamente al trend populista e sovranista che sta segnando le attuali tornate elettorali e all’aria che si respira in Italia e in Europa. Vero è che le ultime elezioni politiche e regionali hanno dato risultati in controtendenza, relegando i successi della sinistra significativamente nel solo centro città, dove risiede lo stesso facoltoso borgomastro rosso. In ogni caso, a quanto pare, se si votasse oggi, Sala sarebbe riconfermato. Molti si chiederanno legittimamente come mai una cittadinanza vessata da vertiginosi aumenti tariffari, limitazioni di mobilità con conseguenti oneri economici, oltre che minacciata dal diffuso degrado di diverse aree urbane e suburbane, periferiche e non, possa ancora accordare il proprio consenso a una simile amministrazione. Ecco, rispondere non è facile.

La prima possibile considerazione è legata alla mancanza di un’alternativa forte e credibile da parte di quello che una volta era il centrodestra, il quale nell’ultima sfida comunale ha presentato un candidato, Stefano Parisi, già scarso di suo, che ha fatto di tutto per perdere, inseguendo, pare anche per ragioni del tutto personali, le più logore ansie antifasciste, oltre che perseguendo un moderatismo incomprensibile per i milanesi arrabbiati. Oltretutto anche Parisi, benestante manager capace di parlare solo alla borghesia, aveva un profilo “alla Sala”, ma con fama inferiore e, soprattutto, risultando ancor meno in sintonia con la città del suo concorrente di sinistra. Tuttavia, la scarsa capacità competitiva dell’opposizione non spiega tutto.

La cricca radical chic

Milano ha le sue “colpe”. Diciamo questo senza timore di sembrare come quelle brutte persone che se la prendono col popolo quando questo volta loro le spalle. E’ una considerazione, uno spunto, ambiziosamente, uno stimolo alla riflessione. La vulgata vuole che Milano sia votata al lavoro, alla produttività, alla corsa economica ad ogni costo. C’è del vero, si tratta di un dato storico oggettivo. Vale anche oggi, in un momento in cui però il ceto medio, anche all’ombra della Madonnina, arranca nella fatica di mantenere il passo di un tempo. Tutto è più insicuro, più precario, e il futuro è minacciato da troppe ipoteche.

Non importa. Milano va veloce, a testa bassa, non si sa bene verso dove, con fare indifferente. Ed è proprio grazie a questa indifferenza che una minoranza, un’élite insopportabile, la cricca che per comodità pur riduttiva definiamo radical chic, può regnare incontrastata. Sala e compagni la fanno da padroni, anche se sanno benissimo che l’indifferenza riguarda pure loro. Non si creda, infatti, che alla stragrande maggioranza dei milanesi freghi qualcosa delle marce antirazziste, dei fervori antifascisti o delle lagne politically correct. Semplicemente non pare interessata a un impegno che esuli dalla sequenza lavoro-movida. Comandano questi? Vanno bene questi.

L’altra Milano

Eppure Milano non è (o non era) così e la sua storia lo dimostra. Milano è da sempre effervescenza, vocazione creativa, avanguardia politica e culturale, civile ed economica. Questa città ha sempre avuto un ruolo di guida, con una spinta rivoluzionaria che si è tradotta in eventi dai segni più diversi. Le gioie e i dolori sono per tutti i gusti.

Tra questi l’esplosione futurista, Piazza San Sepolcro (il 23 marzo saranno cento anni), ma anche il boom economico, le tv private, Tangentopoli e il berlusconismo. In mezzo anche tragedie, infamie e orribili immagini simbolo, in certi casi rivendicate oltre ogni vergogna (leggasi Piazzale Loreto). Ecco, teniamo in ogni caso presente, che Milano è qualcosa di troppo serio per lasciarla a quattro ricchi sciagurati anti-italiani. Ergo che sia rialzi la testa è molto più che una auspicabile.

Fabio Pasini

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