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Roma, 18 lug – Quasi nessun commentatore ha resistito alla tentazione di politicizzare la figura di George Romero nel giorno della sua morte, avvenuta ieri, all’età di 77 anni, a causa di un cancro ai polmoni. Senza alcuna originalità, quindi, è stata riprodotta in decine di articoli la lettura del fenomeno zombi come metafora del consumismo: lo sapete, no, i morti viventi che assediano il centro commerciale in cui si rifugiano gli umani superstiti non fanno che replicare i vivi, che ugualmente sciamano fra i negozi muovendosi come automi, “agiti” dalle merci. In realtà, benché Romero a un certo punto abbia capito l’antifona e si sia spacciato per una sorta di regista engagé, si tratta di un significato che si è stratificato col tempo sopra i film horror del regista, come lui ha riconosciuto in un’intervista: “Con La Notte dei Morti viventi volevamo fare niente più che un filmetto commerciale, esagerare con la violenza, ma una critica alla crisi sociale degli anni ’60? No, quello fu un caso. E invece, un paio d’anni dopo la sua uscita un articolo sulla rivista francese Cahiers du Cinema lo definì un film fondamentale in quanto esempio di cinema radicale. A me non è che me ne fregasse molto, ma già che c’ero, tramite gli zombi mi divertivo a dire qualcosa su quello che stava in quel momento nella nostra società”.

Sangue di Enea Ritter

La metafora, sviluppata in La notte dei morti viventi (1968), per poi proseguire con Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985) e La terra dei morti viventi (2005), è comunque efficace. Nell’ultimo dei succitati film, del resto, si vede un’umanità ricchissima che vive nel lusso in superattici con tutti i comfort, mentre le città sono ormai preda di mostri brulicanti e devastazione. È davvero difficile sfuggire alla tentazione di vedervi ciò che sta accadendo oggi, solo che qui va pure peggio, perché quelli del superattico si permettono anche di dire a chi sia rimasto a terra che non c’è nessun problema, e che la paura deriva solo da irrazionali e reazionarie fobie. Nei film di Romero, ad ogni modo, l’umanità ha a che fare con questa massa di cannibali non morti, dalle movenze stentate e dalle funzioni cerebrali ridotte al minimo. Un cattivo a cui l’uomo è superiore in tutto. Ma allora perché fa tanta paura? Per la sua quantità. Per il fatto di essere massa anonima, folla ingovernabile che tutto invade, travolge e inonda. Nei film dell’orrore, il mostro può anche essere un singolo vampiro o licantropo, mai un singolo zombi. Lo zombi fa sempre parte di un agglomerato vermicolare, infestante (vedi l’immagine stereotipata del protagonista che cerca di chiudere una porta da cui spuntano braccia e gambe di vari morti viventi che provano a entrare).

Black Brain

Un’altra metafora che a questo punto calza a pennello, ma che nessuno ha avuto il coraggio di fare, è quella con l’immigrazione: un’umanità sterminata e senza volto che preme alle porte, che graffia sulla superficie della porta, sfonda le finestre, assedia la nostra casa e, alla fine, inevitabilmente entra. Ma, anche in questo caso, il meccanismo del rispecchiamento funziona alla perfezione: sì, siamo circondati da zombi, ma i veri zombi in fondo siamo noi, nella misura in cui assistiamo a questo fenomeno con un’ebetudine stupefatta, senza capire e senza reagire. Nei film a tema, c’è sempre qualche vivo che tenta di scappare con un’auto, investendo zombi inermi in mezzo alla strada. Ma oggi quei corpi ciondolanti che fanno da bersaglio a veicoli impazziti siamo noi. A terra, restano solo membra scomposte e cartelli con la scritta “Welcome refugees”.

Adriano Scianca

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