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Roma, 18 lug – Il legame tra mondo degli economisti e psicopatologia non è stato ancora adeguatamente indagato. Uno spunto per comprendere adeguatamente il livello di vera e propria pazzia omicida che è riscontrabile nel mondo di coloro che pretendono di spiegarci come gestire le nostre nazioni lo si può verificare leggendo il delirante articolo uscito sull’Economist (in Italia prontamente rilanciato dal Post) e in cui si invitano le nazioni del mondo ad aprire totalmente i confini. Gli autori si premurano di specificare che non vogliono abbattere gli Stati nazione, sia chiaro, ma solo imporre la totale e assoluta libertà di movimento. Meno male. Secondo i bizzarri calcoli di questi stragisti in doppio petto, in questo modo si produrrebbero ogni anno 68 mila miliardi in più di Pil. La ragione di questo aumento di ricchezza risiederebbe nel fatto che “chi prima zappava il suolo con un aratro di legno ora guida un trattore”. Insomma: qualsiasi lavoro rende e produce di più se fatto in un paese sviluppato. Caspita, che analisi.

E quante persone si muoverebbero, se si desse seguito a tale programma? “Oggi ci sono 1.4 miliardi di persone nei paesi ricchi e 6 miliardi in quelli meno ricchi. Non è difficile immaginare che, per alcuni decenni, un miliardo o più di queste persone potrebbero emigrare se non ci fosse alcun ostacolo giuridico per farlo”. Ah, ecco, davvero un bello scenario. E la sparizione del popolo autoctono, che così verrebbe sommerso demograficamente? L’articolo non se ne cura. In tutto il pezzo si cercherebbe invano una riflessione sui popoli come collettività dotate di un’originalità, di un valore, di una identità. No, per l’Economist ci sono solo individui e variazioni di Pil. “Fare i nigeriani in Nigeria è economicamente insensato come fare i coltivatori in Antartide”, sostengono Bryan Caplan e Vipul Naik, citati nell’articolo. Una frase che si commenta da sé e che ben esprime un certo tipo di mentalità.

Per l’Economist, il mondo è composto solo da pedine spostabili a piacimento: “È molto difficile trasferire le istituzioni canadesi in Cambogia, ma è abbastanza semplice per una famiglia cambogiana volare in Canada. Il modo più rapido per eliminare la povertà assoluta sarebbe quello di consentire alle persone di lasciare i luoghi dove essa persiste”. Il fatto che in questo modo si distrugga la cultura canadese non fa problema. Neanche il fatto che, così facendo, la Cambogia non troverà mai la sua via allo sviluppo e alla ricchezza, ma anzi si impoverirà sempre più, dando vita a una spirale senza fine. Per gli autori dell’articolo, anzi, suscita sorpresa e ironia proprio il fatto che non tutti i poveri si trasferiscano in luoghi ricchi: “I salari in Germania sono due volte più alti che in Grecia e, secondo le regole dell’Unione europea, i greci sono liberi di trasferirsi in Germania, ma solo 150.000 lo hanno fatto fin dall’inizio della crisi economica nel 2010, su una popolazione di 11 milioni. Il tempo è terribile a Francoforte e quasi nessuno parla greco…”. Il fatto che la Grecia non si sia totalmente spopolata è per l’Economist pressoché incomprensibile.

Certo, alla fine gli autori arrivano a porsi qualche dubbio sulla sostenibilità di un tale programma: l’arrivo massiccio di milioni di immigrati, per esempio, potrebbe far sì che sistemi illiberali si impongano in Occidente. Ma l’Economist ha la sua soluzione: “Se la preoccupazione è che gli immigrati superino i cittadini e impongano loro un governo poco desiderabile, una soluzione potrebbe essere quella di non lasciare che gli immigrati votino per cinque, dieci anni o anche per tutta la vita. Ciò può sembrare duro, ma è comunque molto meglio di non lasciarli entrare”. Sono dei geni, all’Economist: facciamo entrare centinaia di milioni di immigrati, tutti insieme, e non li facciamo votare per 10 anni, preoccupandoci in quel lasso di tempo di “integrarli”, cosa che non siamo riusciti a fare con quantità infinitamente minori entrate gradualmente. Oppure non li facciamo votare mai. Come se questo fosse possibile. Le stesse persone che si stracciano le vesti per qualche migliaio di bambini figli di immigrati che potrà diventare italiano solo alla maggiore età accetterebbe di far entrare milioni di persone, che in breve sarebbero la maggioranza, e non farli votare mai, per tutta la loro vita. E i loro figli? Togliamo il diritto di voto anche a loro? E i figli dei loro figli? Capite bene che il piano è a dir poco folle e, se realizzato, porterebbe semplicemente alla terzomondizzazione di quel che resta dell’Europa. Ma parliamo dell’Economist, il giornale che fa le pulci ai governi e le cui analisi rimbalzano da noi come se venissero dall’oracolo di Delfi. Evidentemente dobbiamo arrenderci all’evidenza: le nostre élite, molto semplicemente, ci odiano. Prima lo capiamo, meglio è.

Adriano Scianca

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