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Roma, 29 dic – “Deserto Rosso”. Questo è il nome dell’operazione militare che l’Italia effettuerà in Niger per combattere il terrorismo nell’Africa sub sahariana che si alimenta con il traffico di esseri umani. Dell’operazione in realtà si parlava sin dal 13 dicembre scorso, quando al vertice del G5 Sahel Parigi ha esposto la necessità di spingere i Paesi della regione ad un maggior contrasto verso il traffico di immigrati.
Ora il Governo italiano ha confermato l’invio di circa 500 militari e di un centinaio di veicoli: un ultimo colpo di coda che arriva giusto al termine della legislatura; legislatura che non brillerà di certo per spregiudicatezza in ambito diplomatico/militare come ci ricordano il caso STX, la Pesco o il Libro Bianco, lasciato colpevolmente decadere e quindi rimandato ad un prossimo Governo, che molto probabilmente dovrà riformularlo per intero e ratificarlo, con tutti i ritardi che ne conseguiranno nell’approvazione di finanziamenti e programmi di cui la Difesa letteralmente anela come l’ossigeno.

Ma torniamo alla questione Niger. Per una volta non ci interessa parlare di quali contingenti saranno mobilitati, con che mezzi, con quali costi e quanto durerà la missione, bensì vogliamo cercare di capire le motivazioni e la reale utilità di questa missione per il nostro Paese. Le reali finalità della missione sono già di per sé volutamente ambigue, perché, come da italica tradizione, non si deve parlare di “guerra” o di “intervento armato”. Il Presidente del Consiglio Gentiloni avrebbe indicato come obiettivi della missione il “consolidare quel Paese, contrastare il traffico di esseri umani ed il terrorismo”. Parole che più generiche non potevano essere anche considerato che non si capisce ancora bene sotto quale mandato saranno inviate le nostre truppe e quindi, di conseguenza, non conosciamo le regole di ingaggio a cui dovranno sottostare. Per contro il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Graziano, chiarisce che “non si tratterebbe di una missione combat” e che i nostri soldati sarebbero impiegati soltanto per “addestrare le forze nigerine e renderle in grado di contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo”. In Commissione Difesa sono stati addirittura più espliciti, contraddicendo lo stesso Presidente del Consiglio uscente. Il senatore Latorre (PD) ha infatti detto che “lo scopo sarà di realizzare un’attività di training che non avrà l’obiettivo di contenere i flussi migratori, ma di governare i confini dei Paesi che sono transito di flussi”. Se da un lato il senatore ha chiarito che non andremo in Niger per fare da contrasto attivo al traffico di immigrati, dall’altro apre un altro interrogativo: cosa si intende per “governare i confini”? Non sarà forse che il contingente italiano dovrà essere impegnato in operazioni di pattugliamento? In questo caso tutto l’impianto logistico della missione avrà bisogno di ben più di un centinaio di veicoli, peraltro non specificati.

Se le nostre truppe dovessero prendere parte attiva al pattugliamento avrebbero infatti bisogno di supporto aereo ravvicinato, probabilmente dato dalla componente ad ala rotante dell’EI, e soprattutto di una base logistica molto più consistente che permetta l’adeguato afflusso di rifornimenti nell’area di operazioni, oltre che, ovviamente, a tutto l’impianto di intelligence, sorveglianza, ricognizione che dovremmo sviluppare in cooperazione con le truppe francesi e degli altri Stati del Sahel, ipotizzando un comando congiunto e non direttamente dipendente da Parigi. Pertanto 500 uomini ed un centinaio di veicoli sembrano un po’ pochi se, leggendo tra le righe, si vuole avere un ruolo attivo e non solo di addestramento. E’ molto probabile che le parole di Gentiloni, così come quelle del Gen. Graziano, siano la classica mossa politica “di basso profilo” per far digerire all’opinione pubblica che un governo di sinistra invii truppe per “combattere” in qualche parte del globo. Eventualità comunque non nuova nella recente storia italiana, a cominciare dall’attacco alla Serbia negli anni ’90.
Nemmeno il Decreto del Consiglio dei Ministri sembra dipanare questa matassa “politica”. Si legge infatti che la missione ha il compito di “rafforzare la capacità di controllo del territorio delle autorità nigerine e dei Paesi del Sahel e lo sviluppo delle forze di sicurezza nigerine per implementare le capacità operative volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza” ribadendo nel contempo che “il controllo delle frontiere rimarrà un compito delle forze di sicurezza nigerine”. Fatta la legge trovato l’inganno.

Risulta evidente che uno Stato sovrano preferisca assolvere in prima persona ai compiti di sorveglianza dei confini e di sicurezza del territorio, sebbene nella storia soprattutto recente ci siano tantissimi esempi di deleghe a Stati terzi in questo senso: nella civilissima ed avanzatissima Europa la Svizzera effettua la difesa aerea solo in “orario d’ufficio” delegando alla vicina Francia il compito di far decollare caccia su allarme in caso di problemi di intrusione non autorizzata nello spazio aereo della Confederazione per il resto del tempo. Quasi quello che accade per Islanda e Irlanda, nazioni piccole che delegano la propria difesa (parzialmente o totalmente) ad altri attori. Quindi non è del tutto escludibile che il Niger non faccia accordi anche con l’Italia per operazioni di pattugliamento misto, magari con le truppe francesi che già effettuano operazioni di antiterrorismo nella zona.
Cui prodest? Facciamo fatica a vedere in senso ottimista questa missione, anche al netto del prestigio internazionale che potrebbe derivarne – quasi mai ne abbiamo visti i frutti del resto, ma più per italica cialtroneria. Sicuramente la Francia sarà da un lato felice di poter alleggerire il lavoro delle proprie truppe sia che i nostri soldati vengano impiegati con meri compiti addestrativi sia che vengano utilizzati per pattugliamenti armati. Dall’altro lato però se Parigi ha acconsentito ad un intervento italiano nella propria sfera di influenza in Africa, lo avrà fatto sicuramente dettando le proprie regole, e quindi non ci facciamo illusioni su un comando congiunto: con ogni probabilità il comando unico sarà francese.

Non gioverà a noi quindi, che, in caso venga confermata la natura “non combat” della missione saremo esclusi dalla rete di informazioni francese secondo il principio che afferma “se non combatti, non ti serve sapere” – con tutti i problemi di sicurezza che ne deriverebbero – e non gioverà nemmeno al nostro prestigio internazionale in un’ottica di “rivalsa” per le intromissioni francesi nei nostri affari in Libia. Quella partita è ormai persa e la Francia ha sempre agito in modo unilaterale spesso andando palesemente contro non solo il nostro lavoro diplomatico – vedere incontro Macron-Haftar-Siraj – ma anche contro le stesse risoluzioni internazionali infischiandosene dell’Onu.
Qual è il pericolo? Come sempre il pericolo per i nostri soldati è quello di trovarsi a combattere con una mano legata dietro la schiena – con regole di ingaggio limitanti o non meglio definite – secondo quel principio masochista di voler “accontentare tutti” nel panorama politico interno ed estero. Una missione che quindi già nasce sotto una stella infausta ( e quali mai sarebbero nate sotto una buona stella verrebbe da chiedersi) perché ancora non si è capito cosa andranno a fare i nostri militari in Niger e soprattutto come dovranno farlo.

Paolo Mauri

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