Tripoli, 14 ago – La nave Ocean Viking che opera per le Ong Msf e Sos Mediterranée ha a bordo oltre 350 immigrati. La Ocean Viking, che batte bandiera norvegese, si trova ora nella zona Sar libica e ha ottenuto, secondo fonti del Viminale, indicazioni per un porto sicuro di sbarco, quello di Tripoli. Ma la Ocean Viking rifiuta: “Non è un porto sicuro“.

“Contatti per lo sbarco in Libia”

Secondo il Viminale, questa mattina il porto sicuro di sbarco per gli immigrati a bordo della Ocean Viking sarebbe stato “individuato dalla Guardia costiera libica dopo che la stessa Ong aveva chiesto alla Libia la disponibilità del Pos”. Alla Ocean Viking sarebbe stata data anche notizia di “riferimenti e contatti per l’organizzazione dello sbarco”.

Ocean Viking: “Non riporteremo persone in Libia”

“Non riporteremo le persone in Libia in nessuna circostanza” rispondono i portavoce di Ocean Viking. “Per il diritto internazionale né Tripoli né alcun altro porto in Libia sono porti sicuri e riportare le persone lì sarebbe una grave violazione”. E aggiungono che “in attesa dell’assegnazione di un luogo sicuro che soddisfi i requisiti del diritto internazionale” si stanno allontanando dalle acque territoriali di competenza libica per spostarsi in quelle internazionali.

Il monito della Farnesina

Pochi giorni fa il ministero degli Esteri italiano aveva indirizzato una comunicazione alla Norvegia, paese cui appartiene la nave Ocean Viking, invitando lo stato scandinavo ad indicare alla Ong un porto sicuro per lo sbarco di propria competenza territoriale. Nella medesima comunicazione, la Farnesina aveva rilevato come “non sia accettabile ogni condotta di Organizzazioni non governative che considerano l’Italia l’unico porto possibile di sbarco”.

L’Unhcr difende le Ong

Intanto la Ocean Viking incassa la solidarietà dell’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) che “esorta l’Europa a consentire lo sbarco delle 507 persone soccorse in mare” dalla nave delle Ong francesi e anche da quella di Open Arms che attualmente ha a bordo 151 immigrati. Con questo comunicato l’Unhcr appoggia la tesi delle Ong secondo cui la Libia non sarebbe un porto sicuro, entrando in questo modo nel vivo degli avvenimenti odierni: “Sono richiesti ulteriori sforzi per trasferire i rifugiati fuori dal pericolo in Libia” si legge nel comunicato. E ancora: “L’Unhcr ribadisce che i violenti combattimenti in corso in Libia, insieme alle segnalazioni molto diffuse di violazioni di diritti umani fanno sì che quel Paese non possa essere considerato un porto sicuro e che nessuno dovrebbe essere riportato lì“.

Ilaria Paoletti

4 Commenti

  1. C’e’ poco da dire vogliono piegare lo stato italiano a spallate perche’ sotto c’e’ tutto un programma ideato dai geni del nostro tempo: gente senza DIO che crede di mettere tutte le cose dove dicono loro …io ho una strana teoria su questo, l’Africa cosi’ come’ non può allinearsi con gli standard mondiali perche’ ha una sacca troppo grande di poverta’ e questi poveri servono alle nazioni per competere con la Cina sul basso costo del lavoro …insomma un nuovo ordine con forza lavoro a basso costo e usano questi porti di approdo per immettere sul mercato questi poveri, nel frattempo c’e’ tanta feccia politica che ne approfitta contro governi e economie nazionali …sappiamo chi sono

  2. Questa gente arrivano da un paese in guerra, la Libia, (e non vogliono tornarci!)
    dopo aver camminato nelle bellezze immense dell Africa.
    Qual e il vero motivo che spinge a fare un viaggio del genere?

    La colpa e dei midia!
    Non vedono altro che : accoglienze, buonismo di ogni genere, associazioni
    ‘avvoltoi’ intenti ad aiutare! Ecc.
    Fate vedere loro i rimpatri
    Le grosse difficolta che trovano, i grossi problemi che causano, forse ci ripensano prima di imbarcarsi in viaggi lasciando le loro famiglie a morire di fame.
    Se vogliamo aiutare quelle povere famiglie , serve interrompere questa migrazione con forza!
    Le navi ong devono dirigersi nella loro nazione, diversamente, espropriate immediatamente e l equipaggio trasferito nei campi profughi per aiutare quella gente direttamente

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