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frontone cassa depositi e prestitiRoma, 11 mar – Non sono bastati, giusto per rimanere negli ultimi anni, il flop della quotazione di Fincantieri, il risultato da ‘compitino in classe’ della privatizzazione di Enav, le manovre opache su quel che residua di Poste Italiane e il ventilato spezzettamento pre-sbarco in Borsa di Ferrovie dello Stato. Invece di fare marcia indietro e magari avviare una riflessione su scelte tutto tranne che improntate all’efficienza, il governo punta dritto verso un’altra svendita pubblica, quella di Cassa Depositi e Prestiti.

Secondo alcune indiscrezioni, dalle parti del ministero dell’Economia starebbero infatti pensando di cedere il 15% della Cassa, un quota simile a quella (18% e dispari) in mano alle fondazioni bancarie, facendo così scendere al 65% circa la percentuale attualmente controllata da via XX Settembre. Stando a quanto riferito ieri dal Corriere della Sera non si hanno ancora dettagli sull’operazione, se non che fra le ipotesi rientrerebbe quella di aprire il capitale di Cassa Depositi e Prestiti al mercato o, più verosimilmente, ad investitori istituzionali.

La Cassa controlla qualcosa come 422 miliardi di attivi e oltre 30 miliardi in partecipazioni, da Sace a Fintecna, da Snam a Poste, passando per Eni e Terna. Più volte, in passato, è inoltre intervenuta per togliere le castagne dal fuoco dai conti pubblici, offrendo un deciso sostegno alle politiche di bilancio. Qualora l’arrivo degli investitori istituzionali fosse confermato, ciò modificherebbe definitivamente la struttura dell’ente che controlla e gestisce il risparmio postale di milioni di cittadini italiani, dato che l’ingresso di altri soci privati andrebbe ad incidere sulle dinamiche societarie di Cdp, riducendo il peso dell’esecutivo che avrebbe sì la maggioranza assoluta ma con l’obbligo di rispondere anche ad altri soggetti in merito alle scelte gestionali.

L’obiettivo della cessione, neanche a dirlo, è quello di racimolare qualcosina per proseguire nella strada che dovrebbe portare ad un taglio del debito nel lungo periodo. Dovrebbe, per l’appunto, visto che i 5 miliardi che circolano come prima stima di valore della quota di Cassa Depositi e Prestiti rappresentano meno dell’ultimo aumento dell’indebitamento registrato (novembre 2016: +5,6 miliardi) e, soprattutto, pesano per lo 0,22% sugli oltre 2200 miliardi complessivi. Vale a dire meno della metà rispetto a quel 0,5% che il governo si è posto come obiettivo annuale di riduzione del debito pubblico. Il tutto al costo di nuovi equilibri da rispettare all’interno di Cdp e minando così l’operatività da ‘braccio armato finanziario’ del ministero che l’ente di via Goito ha svolto fino ad oggi. Ne vale davvero la pena?

Filippo Burla

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