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Roma, 15 ago – L’ultima in ordine di tempo è stata Alice Zanardi, sindaco di Codigoro, che ha minacciato controlli a tappeto e tasse più alte per chi, in accordo con la prefettura, si propone di ospitare profughi (o sedicenti tali) in abitazioni private. Prima di lei venne Giovanni Corbo, primo cittadino di Besnate, il quale aveva addirittura iniziato uno sciopero della fame qualora il prefetto non avesse fatto marcia indietro sull’arrivo di un nuovo gruppo di clandestini in città. Fra i due estremi, una pletora di sindaci pronti quasi a gesti clamorosi, in particolar modo nella rossa Emilia e specialmente nella provincia di Parma, che con oltre 1600 presenze è fra le prime in regione e in Italia nel rapporto con la popolazione. Le ultime vicende, per rimanere nei dintorni della città ducale, riguardano le città di Fidenza e Salsomaggiore Terme, insieme al paese di Lesignano Bagni i cui sindaci, Andrea Massari, Filippo Fritelli (che fra le altre cose è anche presidente della Provincia) e Giorgio Cavatorta si sono opposti, l’ultimo arrivando a minacciare di dimettersi, ai progetti di accoglienza.



Cosa unisce tutte queste vicende? Tre elementi: le città già ospitavano profughi – quindi l’opposizione dei sindaci Pd non può essere ascritta all’ideologia – e la collocazione partitica degli stessi, dato che sono tutti iscritti al Partito Democratico. La base del Pd contro l’invasione? E non solo la base, dato che in molti casi i parlamentari locali hanno espresso sostegno nei confronti dei primi cittadini. L’ipotesi è senza dubbio stuzzicante, sia pur poco credibile, ma a scavare poco sotto la superficie si può scoprire che c’è di più. E veniamo così al terzo elemento: con l’eccezione di Besnate, in tutti gli altri casi il pomo della discordia non è praticamente mai il numero degli arrivi – da sempre lasciato, nonostante gli accordi ministero degli Interni – Anci sui parametri, alla piena discrezione delle prefetture – bensì le loro modalità. Nello specifico, i sindaci di casa Dem contestano i metodi imposti dall’alto, definiti inaccettabili e non mancando di denunciare perfino il business che sta dietro a tutta la “filiera”.

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“A Fidenza ce la siamo fin qui giocata perché siamo riusciti a bloccare almeno un paio di operazioni private, non perché siamo maniaci delle ruspe ma perché ci fa schifo un sistema in cui un’emergenza mondiale viene risolta scaricando alla carlona il problema sui territori, approfittando della voglia di fare business di alcuni”, spiega Massari. Gli fa eco Fritelli, che parla di “un’economia alberghiera speculativa” e si scaglia contro “la gestione completamente affidata alla voracità del mercato privato”. Stesso discorso per Codigoro, il comune nel quale vennero accolti gli sfollati dalle barricate di Goro e Gorino ma dove, stando al sindaco, non ci sarebbe spazio per privati che vogliano offrire le proprie abitazioni. Insomma, par di capire, il problema non sono mai gli immigrati in sé ma la gestione dell’emergenza delegata a soggetti diversi dal pubblico. O meglio: dal para-pubblico. Perché c’è un piccolo ulteriore dettaglio: nella pressoché totalità dei casi non sono i comuni ad allestire le strutture, ma la pletora di cooperative di più o meno recente costituzione in collaborazione con i primi cittadini. È il caso di Lesignano Bagni dove Cavatorta ha offerto, al posto del centro d’accoglienza gestito da un privato, di continuare la collaborazione con Ciac Onlus, dominus del sistema provinciale e che collabora (ovviamente) con le numerose cooperative del territorio.

D’altronde siamo in Emilia, dove il sistema di porte girevoli coop-politica – si pensi all’ex presidente di Legacoop Giuliano Poletti, oggi ministro del Lavoro e capace di superare indenne l’avvicendamento Renzi-Gentiloni a Palazzo Chigi – è ben oliato. Forse troppo, dato che spesso risulta difficile capire dove stiano i confini: è la politica a dettare la linea o le coop a farlo, con la minaccia di chiudere i cordoni della borsa? Il dubbio, a questo punto, sorge più che legittimo.

Nicola Mattei

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