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Roma, 1 mar – Perché non nominare senatore a vita un esule istriano vittima dell’epurazione etnica dei comunisti titini? E’ la proposta lanciata dal giornalista Toni Capuozzo durante un convegno su Foibe ed esuli, organizzato a Milano il Giorno del Ricordo. Un argomento molto sentito e caro allo scrittore, di madre triestina e padre brigadiere in servizio a Fiume e successivamente a Trieste. Sulle pagine del Secolo d’Italia Capuozzo spiega, in una lunga intervista, i motivi che lo hanno portato a formulare questa proposta. “Significherebbe passare dalle parole ai fatti e dare compiutezza alle parole con cui il Capo dello Stato ha riconosciuto una verità storica”, spiega il giornalista. “Quegli italiani furono massacrati perché italiani e non perché fascisti”. Per Capuozzo, “ora è il momento dei fatti. L’unico modo per dare sostanza alle parole del Capo dello Stato è la nomina a senatore a vita di un esule istriano. A maggior ragione ora”, in un periodo in cui tesi revisioniste e negazioniste hanno nuovamente cercato di farsi strada nella narrazione di questa tragedia.



Nessuna risposta

Dal Quirinale, ovviamente, nessuna risposta. “E neanche me le aspetto, per la verità”, aggiunge lo scrittore, che spiega come i nostri connazionali “non siano mai stati profughi di professione”, contribuendo anzi “con i loro beni a far sì che l’Italia potesse risollevarsi dai debiti lasciati dalla guerra. Un esempio luminoso se rapportato all’accoglienza dei nostri giorni“. Capuozzo è ben conscio del fatto che la proposta venisse accolta, l’Anpi scatenerebbe un putiferio: “Ormai, essendo venuti a mancare i vecchi partigiani, si tratta di un’associazione che annovera una generazione figlia di libri pieni di vuoti. Non sono degli interlocutori, in quanto non sono dei testimoni di storia ma delle ‘vestali della storia’”. La parola al presidente della Repubblica ora.

Cristina Gauri 



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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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