Genova, 2 set – Un certificato medico, proprio come quelli richiesti per svolgere attività fisica o l’ora di ginnastica a scuola, per aderire ad un ente di volontariato o per le centinaia di casistiche in cui ciascuno di noi si reca dal proprio medico di base per richieste quel pezzo di carta che certifica che siamo in buona salute. Guai però se a richiederlo, ca va sans dire agli immigrati, è un sindaco. Scatta infatti l’immancabile accusa di razzismo.

Per un certificato medico? Sì, proprio per un certificato medico. Siamo a Carcare, in provincia di Savona, dove il primo cittadino – fra le altre cose autorità sanitaria per il territorio di sua competenza, va detto – Franco Bologna ha emesso un’ordinanza con la quale vietava la dimora, entro i confini comunali e quindi anche nelle strutture di accoglienza, di persone prive di un certificato che attestasse le loro condizioni di salute. Non pochi sindaci, in passato, hanno ricorso ad ordinanze simili, visto l’ormai acclarata correlazione fra immigrazione e malattie di vecchia conoscenza che ritornano insieme ai barconi stipati di profughi o sedicenti tali.

Non l’avesse mai fatto. Una pletora di associazioni, con l’immancabile Arci a fare da capofila, ha subito preso la palla al balzo denunciando Bologna per discriminazione. Non bastasse, un giudice gli ha pure dato ragione perché la dicitura “persone provenienti dall’area africana o asiatica” – così recita l’ordinanza, la quale non parla di gradazioni cromatiche della cute – sarebbe, a detta del togato, in effetti non propriamente adatta al linguaggio di un atto pubblico. E così scopriamo che certificati medici e origini geografiche possono diventare, se ci si mettono di mezzo l’Arci e un qualsiasi membro della magistratura, questioni razziste. Se nel frattempo a Carcare sono entrate la scabbia o la tubercolosi sarà solo un piccolo effetto collaterale.

Nicola Mattei

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