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Trieste, 25 ott – La folla che all’alba del 26 ottobre 1954 si assiepa sotto la pioggia lungo la strada che da nord scende verso il cuore di Trieste, per salutare l’Esercito che riprende in nome della Madrepatria il possesso della città, respira finalmente a pieni polmoni, come chi esce da una lunghissima apnea. E l’apnea di Trieste è durata più di dieci anni. L’inizio di questo lungo incubo affonda le sue radici nelle ore sciagurate dell’8 settembre 1943, nella disorganizzazione conseguente all’armistizio Badoglio, nella viltà del sovrano che punta a salvare la pelle, fregandosene altamente del destino dei suoi sudditi. A Trieste, territorio strategicamente fondamentale per gli sviluppi della guerra, l’armistizio porta all’occupazione da parte tedesca, solo parzialmente mitigata dalla fondazione della Repubblica Sociale Italiana, un mese più tardi. Per i Tedeschi, gli alleati che non a torto si sentono vittime del peggiore dei tradimenti, Trieste rappresenta da due secoli lo sbocco naturale del mondo germanico sui mari caldi, e il caos di quelle settimane è un’occasione preziosa per farla rientrare nella loro orbita.
Diventa così il capoluogo della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland – OZAK). L’amministrazione civile resta in mani italiane, ma ogni altro aspetto è controllato da Berlino, tanto che anche le poche unità militari italiane rispondono comunque a ufficiali tedeschi. Trieste non è più Italia. E inizia a trattenere il respiro, in attesa di quello che sarà. Meno di due anni più tardi, mentre scorrono i titoli di coda sulla Seconda Guerra Mondiale, il primo maggio 1945 i primi reparti del famigerato IX Korpus dell’esercito jugoslavo, con il compiaciuto supporto del Partito Comunista italiano, entrano in città, anticipando le avanguardie angloamericane (la Seconda Divisione Neozelandese), e per quaranta giorni scatenano il terrore, deportando e assassinando migliaia di Italiani, fascisti, afascisti e antifascisti, di chiunque cioè possa opporsi all’inclusione della Venezia Giulia alla neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia guidata dal Maresciallo Tito. La volontà di cancellare qualsiasi forma di opposizione all’annessione di Trieste alla Jugoslavia si palesa immediatamente, con il disarmo dei partigiani “bianchi” del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) di Trieste che per primi erano insorti contro i Tedeschi, il 30 aprile. Sono i giorni delle Foibe, sono i giorni in cui migliaia di italiani scompaiono nel nulla, destinati all’immediato assassinio, o ai campi di prigionia, fra cui quello di Borovnica, a sud di Lubiana.
Le manifestazioni per l’italianità, che nonostante tutto hanno luogo, dimostrando la forza del desiderio dei Triestini di essere ricongiunti alla Patria, vengono represse nel sangue, e due anni più tardi sarà proprio un esponente comunista, Vittorio Vidali, a riconoscere la bestialità del comportamento delle milizie di Tito, definendoli “una banda di assassini e spie”. Ma anche il Dipartimento di Stato USA farà circolare un memorandum dai contenuti inequivocabili: “A Trieste gli jugoslavi stanno usando tutte le tattiche del terrore. Ogni italiano di qualche importanza viene arrestato”. Il 12 giugno ha termine l’occupazione jugoslava, a seguito di un accordo fra le potenze vincitrici che costringe i soldati di Tito a risalire le pendici del Carso e a ritirarsi dietro la linea di demarcazione, linea che costituisce il confine di un embrione di Stato che di fatto non vedrà mai la luce, il Territorio Libero di Trieste (TLT), suddiviso in due zone: la Zona A, sotto amministrazione angloamericana, e la Zona B sotto controllo jugoslavo. Entrambe le zone del TLT – istituito ufficialmente dal Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 ma che non arriva mai ad esercitare alcuna sovranità effettiva – hanno una popolazione a larghissima maggioranza italiana (fra il 75% e l’80%) che naturalmente ha come unica aspirazione l’unione con i connazionali, e per questa ragione, unita al fatto che a differenza della Zona A, la Zona B è amministrata da una potenza confinante che ha come scopo dichiarato l’annessione dell’intero Territorio, l’idea di questo staterello indipendente abortisce prima ancora di nascere.
Per sei anni si susseguono trattative e manifestazioni, sull’onda della cosiddetta “dichiarazione tripartita” del 1948, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, rimangiandosi le precedenti concessioni fatte a Tito, sostengono l’idea del ritorno dell’intero Territorio Libero di Trieste all’Italia, sulla base di incontrovertibili ragioni etniche.
Tuttavia, è nell’autunno del 1953 che la vicenda subisce un’accelerazione vorticosa e dalle conseguenze imprevedibili. Tito infatti, avendo compreso che l’esperienza del TLT è agli sgoccioli, alza il tiro, in un discorso tenuto davanti ai reduci della guerra partigiana a pochi chilometri dal confine italiano, chiedendo l’internazionalizzazione della sola città di Trieste e l’annessione alla Jugoslavia di tutti i territori circostanti. L’8 ottobre le potenze occidentali affermano, senza però dare alcun seguito alle loro dichiarazioni, di voler assegnare all’Italia l’amministrazione della Zona A, provocando la risentita risposta slava. In un nuovo discorso, tenuto a Skopje, Tito promette che, se le forze armate italiane entreranno a Trieste, l’esercito jugoslavo farà lo stesso. Non è una dichiarazione di guerra, ma le assomiglia parecchio, soprattutto perchè svariati reparti sono già schierati in prossimità del confine, in una pericolosa partita a scacchi giocata con il ministro della difesa italiano Paolo Emilio Taviani che spinge lo Stato Maggiore a muoversi in modo analogo.
È in quei giorni che, in occasione delle commemorazioni per la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale, a Trieste scoppiano dei tumulti di massa, guidati dalle frange più accese del nazionalismo triestino, che coinvolgono decine di migliaia di persone. La polizia inglese apre il fuoco, e uccide sei manifestanti. I funerali dei sei martiri, la commossa e composta partecipazione popolare dell’intera città, la richiesta – assecondata – di tenere gli inglesi confinati nelle loro caserme, fanno capire al mondo intero quale sia la volontà di Trieste. Dopo un anno di negoziati anche Tito cede, e con il memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, a fronte della sostanziale rinuncia italiana a Capodistria, Pirano, Buie e Umago, acconsente suo malgrado alla nuova redenzione di Trieste. Pochi giorni dopo, alle prime luci del 26 ottobre 1954, a suggellare la fine dell’apnea, nella città giuliana entrano i Bersaglieri. Trieste di nuovo respira, Trieste è di nuovo Italia.
Mattia Pase

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