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Roma, 9 lug — Ci risiamo con l’ennesimo capitolo di una prassi ormai consolidata, portata avanti da prefettura e amministrazione capitolina: quella, cioè, di indicare l’occupazione di CasaPound Italia in via Napoleone III come la bestia nera di tutte le occupazioni della Capitale. Il problema alla radice di ogni stortura esistente sul suolo dell’Urbe. Perché è chiaro: sgomberate le tartarughe frecciate dallo stabile all’Esquilino, le strade cesseranno di allagarsi, i bus di andare a fuoco, la monnezza di ammassarsi in coacervi putrescenti sotto il sole d’agosto e gli immigrati di delinquere.



Una Raggi esausta, alla disperata ricerca di consensi, utilizza l’eventualità di uno sgombero come grimaldello elettorale, arrivando a prendersela con una targa di marmo — mentre i muri di tutte le occupazioni di Roma brulicano degli escrementi pittorici di sedicenti street artist. Nel frattempo, continua in tutto il territorio comunale la marcia dell’elefantiaca galassia delle occupazioni più o meno rosse, più o meno legate all’immigrazione clandestina e dei relativi business annessi – tutto rigorosamente esentasse ma florido nel settore irregolarità e degrado — senza che prefetto o Raggi che dir si voglia sentano il bisogno di pronunciarsi sulla questione.

Black Brain

L’occupazione-discoteca dello Spin time labs

Intanto, Gualtieri e il Pd vanno a elemosinare voti allo Spin Time Labs, il noto palazzo occupato-discoteca esentasse in via di S. Croce di Gerusalemme. Un posto noto per rave, risse, proteste dei vicini esasperati, degrado, fiumi di droga e minacce di denunce per truffa. E’ il palazzo che ha accumulato centinaia di migliaia di euro di debiti con l’Acea per non aver pagato le bollette della luce. Ma niente paura, ci pensa il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, braccio destro del Papa, che interviene togliendo i sigilli apposti dall’azienda.

Uno dei tanti luoghi dove l’emergenza abitativa e il «bisogno di riappropriarsi degli spazi della città per creare nuove esperienze di integrazione sociale» vengono usati come paravento per attività lucrative a tasse zero, spese minime, senza la minima misura di sicurezza e immerse nel degrado e nello spaccio. In quale buco nero vadano a finire questi soldi è un mistero: sicuramente quelli guadagnati da Spin Time Labs non venivano utilizzati per pagare l’elettricità del palazzo. Gli esercenti di tutta Roma, costretti alla canna del gas dalle restrizioni dei mesi scorsi e tartassati da astruse misure anti-Covid da rispettare — pena le immancabili stangate sanzionatorie — ringraziano.

Via Collatina e via Torrevecchia

Nella top list dei 15 immobili da sgomberare compare il noto stabile di Via Collatina 385. Il palazzo, ex sede Inpdap, viene occupato nel 2004 da un gruppo di richiedenti asilo spalleggiati dagli immancabili attivisti rossi di Lotta per la Casa. Attualmente ospita 500 immigrati di nazionalità eritrea, somala ed etiope. Nel 2011 un rapporto della Caritas segnalava che l’edificio era oggetto di conclamata attività immobiliare gestita dagli occupanti originari. Secondo quanto riportato dal Corriere, gli appartamenti (loculi di due metri per due) vengono affittati o venduto a 5 o 10mila euro. Abitazioni, sì, ma non solo: dentro l’occupazione viene gestito un numero limitato di spazi trasformati in «attività commerciali». L’affitto, in questo caso, va dalle 600 alle 1.500 euro mensili.

Nel 2016, l’allora Commissario Straordinario del Comune di Roma Francesco Tronca aveva inserito il palazzo di Via Collatina nell’elenco dei 16 immobili da sgomberare con urgenza. Ad oggi è tutto fermo. «Prima di procedere con lo sgombero occorre trovare una sistemazione alternativa per i migranti. Sul tavolo però, a quanto ne so, non c’è nulla». Agli atti della Prefettura (qui il link) si registra diffida a seguito di un incendio avvenuto il «15 settembre 2009, indirizzata a Roma Capitale per individuare e far eseguire urgenti interventi di messa in sicurezza del sito». Non solo: «La Questura di Roma, oltre ad una generale situazione di degrado nelle zone circostanti l’occupazione, dovuta ad accumuli di rifiuti, segnala attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione. Tra il 2006 e il 2008 sono stati segnalati 8 casi di tubercolosi dalla Asl competente».

Vi è poi l’occupazione dell’immobile sito in Via Torrevecchia 158,  di proprietà  della Casa di cura Valle Fiorita SrL, occupato nel dicembre 2012 e che secondo i dati della prefettura ospita «circa 300 persone, in prevalenza nord africani con minori». La Questura di Roma anche in questo caso «segnala criticità legate alla presenza di spaccio di sostanze stupefacenti e vendita di merce contraffatta cui sono dediti alcuni occupanti». Ancora attività illegali e criminose, quindi, legate a un’occupazione che riguarda centinaia di immigrati. Si segnalano poi l’occupazione di via Prenestina 913 — presenti circa 200 persone di varie etnie, e quella di via Mattia Battistini 113/117, in cui abitano circa 400 immigrati. Per tutte la prefettura segnala criticità riguardo a situazioni di degrado, spaccio, disturbo della quiete pubblica.

La Vittorio Emanuele: un mostro di illegalità a cui i romani pagano le utenze

Arriviamo dunque a uno dei simboli di quell’illegalità che la Raggi dice di voler contrastare, ma sulla quale da cinque anni «fa la vaga» scegliendo di rivolgere i suoi unici strali all’occupazione di CasaPound Italia: la ex colonia Vittorio Emanuele. Di proprietà comunale, la struttura è occupata abusivamente dal 1995 da immigrati ed è stata fatta oggetto, nel corso del tempo, di un susseguirsi infinito di blitz delle forze dell’ordine e di relativi sequestri di droga, contanti, refurtive, e da cui è emersa la presenza di degrado e attività illegali come macellerie abusive, spaccio e compro oro. Un tempio dell’illegalità e del degrado in bella vista sul lungomare di Roma, a cui il Comune di Roma sta pagando da anni le utenze.

Un danno economico per le casse pubbliche, che risulta essere inspiegabilmente ignorato dall’attuale amministrazione, nonostante le innumerevoli segnalazioni dei cittadini, e per il quale il consigliere di CasaPound del X Municipio Luca Marsella ha denunciato la «sindaca» con due esposti, uno in Procura e l’altro alla Corte dei Conti. L’occupazione, spiega Marsella nell’esposto, «versa, oggi, in condizioni fatiscenti, con evidenti ed ingenti danneggiamenti operati dagli occupanti. Non risultano inoltre ispezioni dei Vigili del Fuoco o degli altri organi competenti e non si ha nessuna evidenza di atti che ne attestino l’agibilità che potrebbe essere compromessa da un’occupazione abusiva che dura da 24 anni». Ma lo sperpero di denaro pubblico non si limita alle utenze pagate con i soldi dei romani. L’occupazione abusiva impedisce il trasloco della sede della Polizia Locale a cui attualmente il Comune di Roma «paga circa un milione di euro l’anno per l’affitto» per una sede privata, prefigurando così «l’eventualità di un notevole danno erariale, che non è mai stato accertato, considerando che fino ad oggi sono stati sperperati 14 milioni di euro di spesa pubblica».

Selam Palace

Dopo aver ospitato la facoltà di Lettere di Tor Vergata il palazzo al civico 8 di via Cavaglieri, di proprietà di Enasarco, è stato occupato dal 2006. Tristemente noto nel novero delle occupazioni illegali a Roma per morti sospette, incidenti e un caso di suicidio, vi abitano abusivamente tra le 600 e le 800 persone: tutti immigrati provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan. Dal 2016 fa parte della lista dei 90 immobili da sgomberare stilata dall’ex commissario prefettizio di Roma, Francesco Paolo Tronca, ma il nome non fa parte della lista delle 25 «priorità» individuate dal Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico nel piano sgomberi, spalmato su 7 anni, varato l’estate scorsa.

Entrare è pressoché impossibile, fra vedette e controlli ai cancelli. Dall’anno dell’occupazione dello stabile la cronaca capitolina è rimasta punteggiata da risse, accoltellamenti, incendi, suicidi e morti sospette, tutte avute luogo dentro la struttura. C’è un bagno ogni 20 persone, una doccia ogni trenta. Tanto per non farsi mancare nulla, nell’aprile del 2020, in piena prima ondata, l’occupazione è diventata de facto la prima zona rossa della Capitale: a causa di un focolaio di coronavirus sviluppato al suo interno, lo stabile, diventato una vera e propria bomba sanitaria, venne isolato dall’esercito.

Strike Spa 

Tornando alle occupazioni-discoteca: ecco Strike spa, immenso capannone occupato a Portonaccio, in via Partini. Di proprietà della Rcs Pubblicità di Parma e occupato dall’ottobre 2002, negli anni ha ospitato ininterrottamente concerti e rave party, concentrandosi soprattutto nel fine settimana. Per i Colle der Fomento, storico gruppo rap capitolino, i paganti furono 3000, moltiplicati per gli otto euro dell’ingresso e sommati alla cifra – non pervenuta – dell’incasso del bar a prezzi calmierati. La struttura è fatiscente, le misure di sicurezza assenti. Negli anni sono nate un’osteria, il pub popolare, l’enoteca e lo studio di registrazione. Inutile dire che durante le serate i pusher (di qualsiasi nazionalità) si fiondano in loco come cavallette. Con la bella stagione sono ricominciate le «serate danzanti» con dj set e musica dal vivo. Che dite, le rispetteranno le misure anti-Covid?

L’Acrobax

Stessa sorte per l’Acrobax o Ex-cinodromo, i cui eventi crocifiggono le notti dei fine settimana del quartiere Marconi. Di proprietà del Comune e occupato anch’esso nel 2002, si avvale della solita formula dei «prezzi popolari» per l’ingresso e le bevande e segue l’ormai irrinunciabile trend dell’osteria, di cui possiamo immaginare le condizioni igieniche delle cucine.

Il Forte Prenestino: il dinosauro dell’illegalità capitolina

Resta infine il dinosauro dell’illegalità capitolina: il Forte Prenestino. Gli abusivi lo occupano dal 1986, un fortino di nome e di fatto anche per quanto riguarda il business senza scontrini o contabilità. In 34 anni il Forte è diventato un vero mostro da soldi con propaggini in ogni campo: enoteca, sala da the, cinema, pub, palestra, osteria, sale di registrazione, rave di portata oceanica, festival e kermesse artistiche spalmati su più giorni che attirano migliaia e migliaia di visitatori. Nella malaugurata ipotesi di un incidente all’interno degli stretti e fatiscenti corridoi della struttura, la probabilità di una strage sarebbe altissima. «No eroina, no droghe pesanti», recitano i cartelli appesi ai muri durante i weekend danzerecci. Ma basta un giro veloce negli anfratti malsani del fortino per capire che gli avventori la pensano diversamente.

Cristina Gauri

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