Nel 1964 l’Italia lanciava in orbita il satellite San Marco-1. Nello stesso anno la lira vinceva per la seconda volta «l’oscar della moneta» a dimostrazione di un consolidamento della nostra valuta – storicamente considerata leggera fino alla sua estinzione – che andava di pari passo con il boom economico. In quegli stessi anni prendeva forma il programma nucleare italiano, con stupefacente rapidità ed efficacia: nel 1966 l’Italia già risultava il terzo produttore di energia derivante dall’«atomo pacifico» dopo le due superpotenze degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. La prima centrale nucleare era stata costruita a Latina.

L’Italia e il nucleare: anatomia di un suicidio

Tra i protagonisti dell’ascesa dell’Italia tra i produttori di energia nucleare vi era l’ingegner Felice Ippolito, napoletano verace. E stupisce come i livorosi neoborbonici, sempre a caccia di primati e glorie locali, mentre si attardano nella beatificazione di dubbi personaggi dell’ancien régime, non considerino minimamente quello che fu l’artefice di un autentico primato, ovviamente nel contesto dello Stato nazionale unitario. D’altra parte, a far male a Ippolito non fu l’indifferenza dei concittadini: alla fine degli anni Sessanta, per motivi futili, l’ingegnere fu coinvolto in indagini; la sua posizione al vertice del programma nucleare ne risultò compromessa, e quel che è più grave lo stesso programma nucleare fu decurtato in maniera significativa. Non vogliamo cedere a ipotesi complottiste, ma il piccolo sospetto che il processo a Ippolito si inserisse in una «guerra energetica» sotto traccia rimane.

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Ma lo stop definitivo al nucleare italiano avvenne nel più contraddittorio dei modi: per effetto del tracollo finale del comunismo, che ebbe il suo simbolo più eloquente nell’esplosione del reattore di Chernobyl. E noi, invece di abolire i comunisti, abolimmo le nostre centrali nucleari!

Comunisti allo sbaraglio

Il referendum – svoltosi nel momento più emotivo del dopo-Chernobyl – vide quasi tutti i partiti favorevoli alla distruzione del nucleare italiano. Ovviamente i comunisti erano quelli che aderivano con più entusiasmo alla nuova moda regressiva. Era un paradosso: il gruppo politico più industrialista, il cui partito-guida era stato artefice di immani disastri negli immensi territori e nei vasti laghi dell’Unione Sovietica, ora si rifaceva una verginità attaccando a testa bassa il nucleare di un Paese industrializzato. Certo, dopo la catastrofe di Chernobyl parlare di nucleare in una sezione del Pci era un po’ come parlare di corda in casa dell’impiccato. A voler inquadrare correttamente la catastrofe nucleare ucraina nella giusta simbologia storica, essa appariva come il più…

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