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Roma, 25 mag – Il premier Conte e il suo governo, tramite l’Istat, hanno diffuso ad aprile dati catastrofici in merito alla patologia da Covid-19. Gli statistici, e più in generale gli esperti di percentuali e indici, sanno bene che “l’informazione statistica è spesso trasformata da rappresentazione, scientificamente fondata, dello stato delle cose a mero strumento retorico” (citazione tratta dal sito Istat stesso). Anche un’epidemia, politicamente, si può sfruttare; ma la vera (e brutta) differenza di questa malattia rispetto al passato, è la mancanza (finora) della possibilità di una vaccinazione come quella antiinfluenzale, che invece ogni inverno evita a milioni di anziani e\o di affetti da patologie cardiorespiratorie, vascolari, respiratorie, metaboliche e renali di contrarre l’influenza e rischiare il decesso.

Il campione Istat di aprile: una visione scomatosa

Ad aprile l’Istat pubblica il suo campione, che colpisce subito per la ristrettezza del campo visivo. Si direbbe uno scotoma, dove l’istituto si concentra su di un unico punto non vedendo tutto il resto. Da un campione di città del Nord, poi allargato al 32% dei comuni – scelti però tutti con il criterio della mortalità superiore al 20% rispetto all’usuale media, e soltanto nel periodo fra il 20/2/20 ed il 31/3/20 – ha parlato di 25mila decessi in eccesso. Eccesso che invece va messo nel contesto dell’usuale variazione statistica dei decessi. Ogni anno infatti la mortalità nella stagione da dicembre ad aprile oscilla fino a circa 20mila decessi in più o in meno da un anno all’altro, attorno ad un valore medio di 230mila, quasi tutti dovuti a polmoniti.

Mentre la mortalità nell’intero anno va dai 598.364 decessi del 2014 ai 647.571 del 2015, ai 615.261 del 2016, ai 649.061 del 2017, ossia fino a circa 50mila morti in più o in meno (dati Istat). Pertanto, oscillazioni in più o in meno di 20/25mila decessi fra dicembre ed aprile e di 50mila nell’intero anno, rientrano nella normalità statistica degli ultimi 5 anni ee altrettanto si può ipotizzare dell’aumento di 25mila morti nel periodo dal 20/2/20 al 31/3/20; oltretutto Istat ometteva di dire di aver escluso oltre 1.000 comuni (su 7.800) con mortalità invece inferiore alla media degli ultimi 5 anni (prevalentemente in Friuli, Campania e Sicilia): si sono quindi prese in considerazione le zone dove si è concentrato il 90% dei decessi da Coronavirus.

Inoltre il periodo dal 20/2/20 al 31/3/20 è largamente inferiore al normale periodo usualmente considerato, cioè da dicembre ad aprile. I dati poi sarebbero stati ben diversi, se non fossero stati esclusi i comuni con mortalità inferiore e fosse stato esaminato l’intero periodo dal 1/12/2019 al 30/4/2020 e non solo quello dal 20/2/2020 al 31/3/2020. In conclusione in Italia da dicembre a marzo ci sono in media circa 230mila decessi e circa 640mila nell’intero anno.

Il campione Istat di maggio: le “tre Italie”

Le critiche al campione Istat di aprile non sono mancate, e il 4 maggio l’istituto ha ampliato il dato fornendo una fotografia ben diversa. Nel report si parla di “tre Italie”, dove si nota un aumento della mortalità nella zona di classe di diffusione “alta”, mentre nel resto del Paese si ha una mortalità con la media precedente (classe di diffusione “media”) o addirittura inferiore al lustro passato (classe di diffusione “bassa”). Anche il termine “pandemia” viene rimodulato e si torna a parlare più comunemente di “epidemia”. Viene detto che nel 34,7% dei casi di morte esiste un fattore di co-morbità (una tra: patologie cardiovascolari, patologie respiratorie, diabete, deficit immunitari, patologie metaboliche, patologie oncologiche, obesità, patologie renali o altre patologie croniche) e che di 11.600 casi non si è ancora accertata la causa (associabile tanto al virus quanto ad altre patologie o al collasso del sistema sanitario, altro tema su cui la politica dovrebbe riflettere). A questo va aggiunto che il 96% dei deceduti aveva almeno un’altra patologia (dati ISS) e il 60% addirittura tre o più patologie.

L’allargamento del campione è un’ammenda da parte di Istat? A pensar male che il dato avesse uno scopo ‘politico’ si è fatto peccato ma ci si è preso? Sta di fatto che in Europa non si è dovuto aspettare il secondo giro per sapere che i morti dal 1/12/2019 al 31/3/2020 erano perfettamente nella media, ossia leggermente inferiori al 2018 e leggermente superiori al 2019 (secondo il professor Michael Levitt, Nobel per la chimica e biofisico alla Scuola di Medicina di Stanford, negli Stati Uniti, che ha estrapolato i dati da EuroMOMO).

Al governo Conte 2 quindi cosa resta? Aver combattuto una battaglia epocale o aver causato con la propria inettitudine un disastro di cui ancora non ci si è resi del tutto conto e sospeso libertà fondamentali, definendole con irrisione “abitudini”? Aver salvato il Paese o aver distrutto un’economia già in difficoltà per incapacità a controllare un’epidemia (non una pandemia) virale di tipo influenzale neanche mortale, se non per chi è curato tardivamente e/o portatore di patologie cardio-vascolari, respiratorie, metaboliche, renali?

Dott. Giovanni Pezone
Specialista Medicina del Lavoro-Area funzionale di Igiene e Sanità Pubblica

 

3 Commenti

  1. Concordo completamente con il Dott. Pezone tranne che sull’ utilità delle vaccinazioni, che guarda caso in Lomardia a fine 2019 erano stae svolte in maniera massiccia(circa 200 mila) con un vaccino in cui vi erano ceppi inattivati di coronavirus(non covid 19 pero’).I vaccini di oggi inoltre non sono piu’ tutti coltivati in albume d’uovo ma anche con materiale da feti umani abortiti in cui vi è presenza di dna del feto che puo’ interagire con il nostro dna

  2. “… collasso del sistema sanitario, altro tema sul quale la politica dovrebbe riflettere…”? Altro tema?! E’ la causa prima (!) dovuta alla scarsa professionalità di tanti soggetti usciti dalle nostre Università! Da lì nascono le ns. incapacità, anche “suicide”, e “tamponature” di vario genere!! Almeno in questo caso la politica attuale c’ entra fino ad un certo punto.

  3. La balla della seconda sanità migliore al mondo non regge più, quella dell’eccellenza lombarda nemmeno.

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