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Roma, 24 giu – Fin dalle prime fasi dello scoppio della pandemia di Covid-19 l’ipotesi che il fattore geografico-climatico potesse essere determinante per la diffusione e la gravità dei casi di coronavirus è stata presa in considerazione. E’ probabile infatti che il clima della zona temperata boreale della Terra, che comprende l’Europa, gli Stati Uniti ma anche l’Iran e la Cina, abbia favorito la diffusione del virus. A rilanciare la teoria è uno studio firmato da Roberto Ronchetti, professore emerito di Pediatria dell’Università Sapienza di Roma e da Francesco Ronchetti, medico dell’ospedale Parodi di Colleferro. Come riportato dall’AdnKronos lo studio è in fase di pubblicazione su un numero speciale delle rivista ‘Epidemiologia e Prevenzione’.

Condizioni geografiche “tragicamente sfavorevoli” per il Nord

C’è poi un approfondimento relativo all’Italia, visto che nelle regioni settentrionali esisterebbero “condizioni ambientali che negli scorsi due mesi hanno reso aggressiva e mortale l’infezione da coronavirus, che è risultata assai più leggera nelle altre regioni d’Italia, dove questo ‘fattore geografico’ diminuisce fino ad un minimo. La qualità di queste condizioni ambientali, tragicamente sfavorevoli nel Settentrione, non sono ancora note”. Insomma lo studio non chiarisce precisamente la questione italiana in merito alle differenze geografiche della Penisola, ma tende ad escludere che il virus che ha colpito le regioni del Nord e in particolar modo la Lombardia, possa essere “diverso”. “Sembra fin dall’inizio doversi escludere l’ipotesi che il virus, sperimentato al Nord, sia in qualche modo diverso, più infettivo, più aggressivo, con capacità letali diverse dal virus che invece ha colpito le popolazioni meridionali”. 

Determinante la “progressività” con cui diminuisce la gravità del virus. “”I dati riportati inequivocabilmente stabiliscono che l’epidemia da coronavirus che ha colpito l’Italia ha una gravità estrema al Nord, gravità che progressivamente diminuisce scendendo verso le regioni meridionali. A questo punto si deve, ovviamente, rispondere al quesito del perché il Nord ha pagato un prezzo estremamente superiore all’infezione di un virus che, in modo simultaneo, dopo il suo sbarco in Lombardia, ha generato curve epidemiche in ogni area del nostro paese”. Riportando la questione a livello globale lo studio spiega che “esiste una fascia geografica, compresa circa tra 30° e 50° di latitudine Nord, nella quale assieme ad epidemie lievi, si è verificato il 90% delle epidemie classificate come gravi: la pianura Padana e l’intera Italia appartengono a quella zona geografica”. 

Temperatura e umidità

“Poiché in Italia le politiche di contenimento dell’infezione sono state regolate in modo identico da decreti dell’autorità nazionale”, prosegue lo studio, “non si può avanzare l’ipotesi che tali misure possano spiegare la discrepanza della gravità delle epidemie – osservano -. Dobbiamo ammettere che l’ipotesi più ragionevole è che, nelle nostre regioni del Nord, esistano condizioni ambientali che negli scorsi due mesi hanno reso aggressiva e mortale l’infezione da virus al Nord che è risultata assai più leggera nelle altre regioni d’Italia dove questo “fattore geografico” diminuisca fino ad un minimo. Negli stessi giorni in cui abbiamo sottoposto per la pubblicazione il nostro articolo, altri autori iraniani-statunitensi hanno messo in rete un ‘pre-print’, con osservazioni analoghe alle nostre, attribuendo alla temperatura e all’umidità, il fatto che, nella fascia 30°-50° di latitudine Nord il virus possa essere molto più pericoloso“.

Davide Romano

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