Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 17 gen – Nell’opera L’io e l’inconscio Carl Gustave Jung sosteneva che, nella società contemporanea, l’uomo di scienza assume, spesso, il ruolo sociale che veniva attribuito al mago-stregone nelle società primitive. Un pensiero che colpisce, se si pensa all’attuale situazione.



Dagli stregoni agli scienziati

In ogni società, da quelle tribali a quelle contemporanee, ci sono alcune figure che detengono una sorta di potere predittivo e di autorità conoscitiva. Nel mondo tribale erano gli stregoni. Nel Medioevo i chierici, anzi i teologi. Oggi gli scienziati. Da cosa è determinata l’attribuzione di tale autorità? Perché nei secoli del Medioevo il ruolo di “portatore della verità” veniva attribuito al teologo e oggi viene attribuito, invece, allo scienziato? Non è semplice rispondere. Probabilmente, detiene l’autorità conoscitiva chi è considerato un profondo conoscitore di quella o quelle discipline le quali sono percepite, a livello sociale, come portatrici di verità. Se nel Medioevo, partendo dalle Scritture, era il teologo a dire ciò che era vero e ciò che non lo era, oggi è lo scienziato.

Esistono, però, alcuni elementi comuni che caratterizzano i vari portatori del vero sapere che si sono susseguiti nelle diverse epoche. Fra questi, se ne possono individuare due. L’utilizzo di un linguaggio settoriale inaccessibile al profano che ammanta le discipline da loro trattate di un sapore iniziatico e quasi mistico, da un lato. L’assunzione di un atteggiamento autoritario che non ammette critiche, dall’alto. Questo atteggiamento viene giustificato, quasi sempre, dalla pretesa che esista una e una sola scienza – “la” scienza – e che tale scienza, al contrario del sapere non scientifico (che è quasi sempre identificato come quello delle epoche precedenti), possa condurre alla scoperta della verità e possa, di conseguenza, favorire il progresso. Una pretesa che è, però, quanto di più errato si può assumere quando si vuole definire la scienza, capire cosa essa, realmente, sia.

La precarietà del sapere scientifico

La scienza – cioè, il sapere scientifico – è per sua stessa natura precaria: come hanno insegnato grandi pensatori (da Popper a Kuhn a Lakatos), al contrario di quanto il senso comune induce a pensare, una teoria non è scientifica se può essere verificata. E’ scientifica solo se può essere falsificata. Dato questo assunto fondamentale, la scienza non può dare verità immutabili, verità indiscutibili, ma solo verità precarie- Anzi, una teoria che non incorresse in controesempi – si tenga conto che “teoria” deve essere interpretato come un insieme complesso di teorie, come un progetto di ricerca, diciamo così – sarebbe una teoria sospetta.

Oltre al contenuto della scienza, anche il suo metodo è precario. Che cos’è il metodo scientifico? Ne esiste solo uno? A scuola ci hanno insegnato di sì. Galilei, ci hanno detto, ha fondato il metodo scientifico. Nulla di più falso: non esiste un libretto di istruzioni su come si fa scienza. I metodi, i procedimenti da adottare, le vie da prendere dipendono da innumerevoli fattori e non sono certamente trasversali alle discipline. C’è addirittura chi, con grande autorità, ha parlato di anarchismo metodologico (Feyerabend). Infine, è parimenti errata l’assunzione secondo cui il sapere scientifico, al contrario di quello religioso, per esempio, sarebbe scevro da assunti di base, da preconcetti. Secondo questa assunzione, lo scienziato procede in assoluta libertà, non vincolato da alcuna assunzione di base, da alcuna verità precostituita.

In realtà non è affatto così. La teologia partiva da alcuni principi, da alcuni assunti dati per certi (derivanti dalle Scritture, dai lavori dei Padri della Chiesa, ecc.) e su essi costruiva le sue tesi, alcune delle quali diventavano dogmi sui quali, poi, si costruivano ulteriori tesi (e così via in un ciclo continuo). Allo stesso modo lo scienziato parte da alcune assunzioni fondamentali e costruisce su di esse una scienza. Si pensi alla distinzione fra la geometria euclidea e quella non euclidea. La prima è costruita partendo dai cinque postulati di Euclide come proposti nei suoi Elementi, le seconde sono costruite partendo da altri postulati.

Cos’è scienza?

Qual è, allora, la differenza fra scienza e non scienza? Probabilmente non esiste. “Scienza” è un’etichetta vaga e del comune parlare, utilizzata per assegnare un certo prestigio ad alcune discipline piuttosto che ad altre. D’altronde, ci sono stati grandissimi pensatori che hanno sottolineato non soltanto che la distinzione fra sapere scientifico e sapere non scientifico è impossibile da tracciare ma addirittura che tutti i saperi godono di pari dignità.

Il grande antropologo Franz Boas, nella sua opera fondamentale Il ramo d’oro, non ha forse dimostrato che le relazioni causali che venivano postulate nella magia corrispondevano, dal punto di vista del funzionamento, alle relazioni causali postulate nella scienza? E il grande filosofo, logico e matematico Willard Van Orman Quine non ha forse sostenuto che non esiste alcuna differenza, tranne che per quanto riguarda le entità postulate (nel primo caso entità fisiche, nel secondo entità religiose), fra la fisica e la religione politeista, per esempio (o, meglio, fra le teorie proposte in questi due campi)? Entrambe, diceva Quine, presentavano teorie coerenti all’interno di un complesso sistema concettuale e di credenze.

Primo dovere dello scienziato: dubitare

In Da un punto di vista logico, Quine scriveva: “continuo a considerare lo schema concettuale della scienza uno strumento […] per predire l’esperienza futura alla luce di quella passata […] gli oggetti fisici sono introdotti dal punto di vista concettuale come utili intermediari – non tramite una definizione in termini di esperienza, ma semplicemente come postulati irriducibili, dal punto di vista epistemologico, agli dèi di Omero”.

Leggi anche – La Scienza con la “S” maiuscola non esiste. Risposta al manifesto di Burioni

La precarietà del pensiero scientifico deve essere tenuta sempre in grade considerazione. Oggi ancor di più. Ci troviamo in una situazione nella quale il decisore politico si è sottomesso allo scienziato e da esso dipende, nelle sue decisioni, come un infante dalla madre. Eppure lo scienziato, se veramente serio, dovrebbe per onestà intellettuale avvertire il decisore dell’assoluta precarietà di quanto egli stesso propone. Così, purtroppo, non è. In questa fase non solo lo scienziato detta l’agenda politica, ma lo fa anche presentando le sue decisioni, o le conclusioni che poi spingono il politico alla decisione, come verità indiscutibili, accusando di irresponsabilità chi da esse si sottrae. Annullando, insomma, un diritto inviolabile che, nel caso della scienza, si tramuta in dovere: il primo dovere dello scienziato è dubitare.

Edoardo Santelli

Pivert casual italian brand

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

  1. Assolutamente interessante!
    Propongo però di riuscire a determinare una distinzione tra chi fa scienza (come pure filosofia, religione, storia, ecc.), e chi ne è semplicemente un portatore più o meno preparato, interessato e convinto.
    Scopriremo che i soggetti si riducono parecchio di numero (i Burioni di turno scompaiono tanto per intenderci).
    La conoscenza (quindi non la sola scienza), è senz’ altro precarietà ma c’è chi ne è conscio e cerca di “interdisciplinare” al fine di consentire un avanzamento equilibrato nell’ infinito sapere. Altri… speculano nel finito, parziale guadagno.
    Fisica, matematica, scienza contribuiscono materialmente (!) ad ampliare il piacere di vivere un mistero davvero trascendentale.
    Un grazie da un semplice ma entusiasta portatore.

Commenta