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Roma, 6 ott – Per meglio comprendere ciò che sta realmente succedendo in Italia in merito alla nuova emergenza coronavirus, abbiamo analizzato i dati dall’inizio della pandemia ad oggi, concentrandoci sui tamponi effettuati, i nuovi positivi, le morti, le guarigioni e l’evoluzione del differente trattamento a cui sono sottoposti i positivi al Covid-19. Per rassicurare il lettore, iniziamo con la curva che indica il tasso di mortalità del coronavirus, ovvero il numero delle persone decedute diviso per il totale dei contagiati/positivi ufficiali.

Un virus meno pericoloso

Il tasso di mortalità più alto è stato toccato il 20 giugno, quando il valore rilevato era 14,53 per cento. La curva si mantiene costante fino alla seconda metà di agosto, quando ha iniziato a scendere, arrivando fino all’11,4 per cento del 30 settembre. Questa diminuzione è dovuta, oltre al numero di decessi passato da 49 a 19, anche al numero maggiore di positivi rilevati grazie all’aumento dei tamponi effettuati, 54.722 eseguiti il 20 giugno e 105.564 il 30 settembre. Il tasso di letalità, calcolato tenendo presente il periodo compreso tra il 4 settembre e il 4 ottobre, scende addirittura allo 0,9 per cento (452 decessi su 48.991 contagi).

Anche il tasso di positività sui tamponi totali (percentuale dei tamponi positivi sul totale dei tamponi effettuati) è in costante diminuzione: il 24 marzo (apice della curva) era di 23,29 per cento, mentre il 30 settembre 2,78 per cento. Invece, il tasso di positività sui tamponi giornalieri (percentuale tamponi positivi giornalieri sui tamponi giornalieri) è passato dal 46,21 per cento del 9 marzo al 1,75 per cento del 30 settembre.

Per analizzare in modo esatto i dati sull’andamento del coronavirus, bisogna evidenziare anche i dati sulle morti, sui guariti e sul trattamento sanitario dei casi positivi. Il 31 marzo, su 77.635 positivi, si sono registrati 837 morti a fronte di 1.109 guariti. Le persone ricoverate in terapia intensiva erano 4.023, mentre i ricoverati in ospedale erano 28.192. Il 30 settembre, su 51.263 positivi, si sono registrati 19 morti a fronte di 1.198 guariti. Le persone ricoverate in terapia intensiva erano 280, mentre i ricoveri in ospedali erano 3.047.

Ciò è dovuto a due fattori: il Covid-19 è diventato meno virulento e i protocolli medici sono diventati più efficaci ed efficienti. Infatti, il 31 marzo, il 5,2 per cento dei positivi era ricoverato in terapia intensiva e il 36,3 per cento in ospedale, mentre il 58,5 per cento era in isolamento domiciliare. Il 30 settembre, lo 0,5 per cento dei positivi era ricoverato in terapia intensiva e il 6 per cento in ospedale, mentre il 93,5 per cento era in isolamento domiciliare. Quindi, al momento, il 93,5 per cento delle persone risultate positive al Covid-19 sono asintomatiche o presentano sintomi lievi. Esperti e virologi del Comitato tecnico-scientifico del ministero della Salute affermarono che l’attuazione del primo lockdown del marzo era dovuto ai timori in merito alla tenuta del sistema sanitario, soprattutto per il sovraffollamento delle terapie intensive. Come è facilmente comprensibile dai dati del 4 ottobre, i ricoverati nei reparti di terapia intensiva sono fortemente al di sotto della capienza massima (media di 5,4 per cento dei posti di terapia intensiva occupati da pazienti Covid in Italia). Addirittura, nel Lazio, dove la giunta regionale di Zingaretti ha già imposto l’obbligatorietà delle mascherine all’aperto, sono 48 i posti occupati da pazienti Covid contro una capienza totale di 957 posti.

Secondo le stime del ministero della Salute e dell’Istituto superiore della sanità, in Italia ogni anno circa il 9 cento della popolazione è colpito da sindromi simil-influenzali (non Covid), con un numero di morti che oscilla tra i 300 e i 400 decessi diretti dovuti all’influenza, e tra i 4 mila e i 10 mila decessi tra chi sviluppa complicanze gravi a causa dei virus influenzali. Al momento, dopo sette mesi dallo scoppio dell’emergenza coronavirus in Italia, i decessi totali (morti di e per Covid) sono stati 36.002, nell’ultimo mese 452.

L’allarmismo mediatico e istituzionale non è giustificato

Stando a dati esposti, che presentano un discreto aumento dei contagi (anche per l’effetto dell’aumento dei tamponi) ma a cui non corrisponde un aumento proporzionale della letalità e dei casi di ospedalizzazione in terapia intensiva, l’allarmismo istituzionale non sembrerebbe giustificato dall’andamento del trend riguardante il coronavirus. Non c’è nemmeno stato il temuto rimbalzo dovuto all’apertura delle scuole e alla ripresa delle attività produttive di settembre. I proclami del governo giallofucsia, che si appresta alla pubblicazione di un nuovo Dpcm, sembrano suggerire ulteriori restrizioni non collaborate dall’andamento dell’epidemia. Nella bozza del documento, come riportato dal Corriere della Sera, sarebbe incluso il passaggio in cui si parla di “chiusure selettive in caso di aggravamento di contagi”. Come abbiamo già evidenziato, un innalzamento dei contagi non equivale ad un aggravamento dell’emergenza.

I dati dovrebbero sempre tenere conto di tutte le variabili, soprattutto dovrebbero essere evidenziati i bassi tassi di letalità/mortalità e i dati sulla tenuta del sistema sanitario. Purtroppo, ciò non viene sempre fatto anche dai principali media italiani, che si limitano ad elencare l’aumento dei positivi equiparandoli ad ammalati, sebbene questi siano principalmente asintomatici. Ciò comporta un allarmismo che sa tanto di terrorismo mediatico a favore delle manovre “con il favore delle tenebre” del governo. Come è noto, “se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa”, pure una nuova emergenza coronavirus.

Francesca Totolo

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