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Secondo molti, l’attuale emergenza pandemica ha i crismi della metafora del mondo di oggi, un mondo di persone sempre più isolate, per quanto connesse 24 ore al giorno, un mondo ripiegato su stesso, dove i sentimenti faticano a prendere forma. Dove la stessa sanità, tra protocolli sempre più intrisi di arida prassi burocratica, ha perso di vista l’uomo, l’umanità. La cura «in scienza e coscienza» – che provi a salvare il paziente anche a dispetto dei commi e delle circolari ministeriali e che, soprattutto, lo consideri un essere umano e non un oggetto – sembra retaggio ormai di pochi. Prende piede il medico burocrate, che prescrive le medicine, ordina gli esami, raramente tocca il paziente. Ora, addirittura, cura per telefono. Nessun contatto, niente di niente. Di fronte al Covid-19 c’è chi – come il dottor Andrea Stramezzi – ha deciso di dire «no» all’applicazione pedissequa dei protocolli, alla medicina via telefono. Anche a costo di pagare di persona.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2021

Intervista ad Andrea Stramezzi

Lei è un medico che ha esercitato per anni la professione di dentista: perché ha deciso di impegnarsi nella lotta al Covid-19?

«Perché comunque sono un medico e, quando c’è un’emergenza, ci si deve mettere a disposizione degli altri. Inizialmente avevo accettato l’appello dell’Ordine dei medici, pensavo di finire in prima linea in ospedale, ma il ministero ci ha dirottati ai controlli aeroportuali. Poi un mio amico mi ha chiesto aiuto perché suo padre novantenne stava molto male, l’ho curato e guarito e da lì è iniziato un passaparola, che mi ha portato a curare nuovi pazienti, ogni giorno, da marzo».

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È molto presente su Twitter: prova a informare via social?

«All’inizio l’ho fatto perché avevo contatti con persone che erano in Cina e ho voluto aiutare a far capire cosa stava succedendo là per prepararci a quello che poi è avvenuto. Ho twittato tanto, forse troppo, ma devo dire che non ho sbagliato nulla, salvo il fatto che avevo previsto un disastro in Africa e in altri continenti. Non avevo tenuto conto che in alcune realtà la vitamina D, maggiormente presente a quelle latitudini, grazie all’azione del sole, avrebbe protetto di più quelle popolazioni che, oltretutto, hanno sempre fatto uso di idrossiclorochina per combattere la malaria, anche se noi la utilizziamo per le malattie autoimmuni».

Ha scelto di andare nelle case dei malati: cosa le chiedono i pazienti da cui si presenta?

«Chiedono aiuto, si sentono abbandonati…



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