Venezia, 2 set — Le molestie? Non facciamone una questione di genere: abusi e prevaricazioni «riguardano tutte le persone, di qualunque genere e orientamento sessuale».  A scaricare la «bombetta» — che per qualche istante ha screpolato la patina bon ton politicamente corretta della Mostra del cinema di Venezia — è stata Cate Blanchett, che nella 79esima edizione della kermesse lagunare è in concorso con Tàr, controversa pellicola che esplora lo spinoso (per le femministe) argomento delle molestie femminili.

Cate Blanchett, il film in concorso a Venezia è l’anti MeToo

Nel film di Todd Field la due volte premio Oscar Cate Blanchett interpreta il personaggio di Lydia Tàr, direttrice d’orchestra omosessuale berlinese. Fredda, arrogante, avulsa da qualsiasi forma di empatia nei confronti di chi la circonda e all’apice di una carriera sfolgorante, Lydia è predatrice sessuale e manipolatrice sul lavoro, al di fuori dallo zuccheroso contesto del «nido» famigliare in cui è unita civilmente a una donna (con la quale ha adottato una bimba). A dimostrazione del fatto che la «doppia vita» ipocrita non è appannaggio esclusivo del maschio bianco, cis ed etero. Tàr si invaghisce di due musiciste che sottoporrà a molestie, approfittando della propria posizione di potere, come un Weinstein qualsiasi. La donna finirà al centro di in uno scandalo in stile MeToo che sconvolgerà la sua vita. Un personaggio scomodo che scardina il mito della donna-sempre-vittima e rischia di provocare un bufera nel mondo femminista e Lgbt.

Le molestie non hanno genere 

«Quando ho accettato di girare il film senza esitare perché lavorare con Field è un evento, non ho pensato che il mio personaggio fosse una donna e per di più omosessuale», ribadisce in conferenza stampa la 53enne attrice di origine australiana. «Abusi e potere riguardano tutte le persone, di qualunque genere e orientamento sessuale». Le luci ed ombre che punteggiano la parabola umana di Tàr «rappresentano la complessità della condizione umana».

Cate Blanchett si discosta dallo stereotipo attuale dell’attore hollywoodiano ideologizzato sottolineando di non essere «un’agit-prop, non faccio propaganda. Ho girato quel bellissimo film perché era urgente e necessario farlo. Ma non interpreto mai un personaggio basandomi sul genere o le sue scelte sessuali. Ad interessarmi, a rendere eccitante il mio lavoro è sempre la possibilità di raccontare la condizione umana in cui la diversità è fondamentale. L’omogeneità uccide l’arte».

Dichiarazioni equanimi, equilibrate, ragionevoli, che di questi tempi non sapremmo se definire coraggiose o sconsiderate (per la carriera della Blanchett). L’augurio è infatti che l’attrice, dopo aver provocato la gastrite al gotha del progressismo mondiale, non debba pagare con sospetti «rallentamenti» professionali questo eccesso di sincerità.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

1 commento

  1. Cate Blanchett ha detto l’ovvio nulla di più, ma non solo perchè la cronaca è stracolma di madri assassine, donne che picchiano bambini e anziani, truffatrici ed assassine… ma il media mainstream spesso è assente.

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