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Roma, 20 sett – Ieri si è svolta la manifestazione più importante per la televisione statunintense, gli Emmy. Nonostante tutte le “quote” per le minoranze e nonostante si ritenga che il mercato sia più interessato a storie in cui le razze si incontrano per dare vita a una splendida favola, i vincitori sono tutti bianchi.



Emmy so white, il piagnisteo dei social

#EmmySoWhite infatti è l’hashtag che sta spopolando sui social Usa, e che ha accompagnato la cerimonia degli Emmy Awards pressoché in ogni istante. La cerimonia ha incoronato The Crown, la serie sulla famiglia reale britannica, come miglior serie televisiva. Ciò significa che Netflix, che si è aggiudicata per la prima volta la statuetta per la miglior serie drammatica. A Ted Lasso l’altra vittoria: la serie con Jason Sudeikis sul coach di football americano ha battuto Hacks con Jean Smart, vincitrice a sua volta nella categoria della miglior attrice comica con la parte di una comica a Las Vegas. Nessun attore afroamericano è stato premiato, e dire che di serie tv con protagonisti neri ne sono state prodotte a bizzeffe.

Si contesta il colore della pelle: “la qualità c’ha rotto il cazzo” (cit.)

In un  mondo “normale”, realmente pacificato, realmente democratico, in un mondo insomma dove quello che dice la tv è vero e la pubblicità non mente, nessuno si sentirebbe offeso. Ha vinto il migliore. Ad esempio, qualcuno di voi ha visto The Crown? Che sia il vostro genere o meno, non si può negare che sia ben fatta. E’ arrivata alla quarta stagione, dopotutto. Cosa c’è da contestare? Il fatto che non ci siano neri? Ad un nero, ad esempio, non può piacere The Crown, una donna nera non può commuoversi rivedendo la storia di Diana Spencer? Ma qui non c’entra l’arte, che poi era quella premiata agli Emmy, c’entra la politica e c’entra, soprattutto, questa supposta sensibilità alla propria causa (che sia razziale, religiosa o sessuale) che invece di appianare le differenze le mette in risalto, e quasi sempre sotto forma di protesta, o rabbia. 

E’ “inaccettabile” che abbia vinto The Crown?

Ad offendersi è sempre quella massa di strilloni che sono gli utenti dei social, con l’hashtag #Emmysowhite cercando un colpevole in qualche membro dell’Academy of Television Arts and Sciences. Il regista Dr Michael Alexander Cross ha scritto su Twitter: “Assolutamente inaccettabile! Siamo ancora #EmmySoWhite nel 2021”. E’ inaccettabile che abbia vinto The Crown? Qualcuno ha visto uno di questi show? Ehilà?

La stantia scusa di appropriazione culturale

Secodo Open, un utente afroamericano ha sfogato “l’amarezza” (manco gli fosse stato detto che non può prendere l’autobus coi bianchi, lì sì che l’amarezza sarebbe condivisibile e non solo), scrivendo: “Vogliono tutto ciò che abbiamo, ma si rifiutano di darci credito. Prendere la nostra musica, i balli, i vestiti, le acconciature, il nostro cibo, i nostri quartieri, e le nostre vite. Mettono tutto in un film e non ci danno quanto ci è dovuto”. La classica accusa di white washing dei personaggi neri, dell’appropriazione culturale, e via dicendo. Il proprio ristretto punto di vista, basato sul colore della pelle e sulla propria cultura – una cosa che a parti inverse verrebbe immediatamente bollato come razzismo – impedisce a questi social warrior di vedere tutte le serie o film (Bridgerton, Anna Bolena sono solo due esempi) in cui inserire un attore nero in una storia ambientata secoli fa ad minchiam è stato accolto con favore e come una vittoria da queste minoranze in cerca di rappresentazione, senza che se ne sia osservata la vera natura: sono spesso prodotti scadenti, raffazzonati, che non rendono giustizia alle maestranze coinvolte e che cercano di pescare in altri mercati (loro, in fondo, sono solo altri utenti), e che non meritano premi più di altri prodotti.

Lode a Spike Lee e Dumas

Ma allora lode a Spike Lee, almeno lui i personaggi neri li creava dal suo ingegno senza prenderseli dalla storia “bianca” che disprezzava tanto per fare una “pisciatina territoriale”. Ai prossimi Emmy, speriamo di vedere una bella serie storica su Alexandre Dumas, francese, autore di grandi romanzi, e in parte nero. O magari è meglio piangere sulla tastiera mentre si cerca dalle grandi multinazionali la “rappresentazione” che non c’è nella vita reale.

Ilaria Paoletti



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