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Roma, XX dic – In Italia per fortuna c’è un film che parla di un geniale reduce della Repubblica Sociale Italiana che costruisce una “sua” isola e vuol renderla nazione: è L’incredibilde storia dell’Isola delle Rose ed è disponibile su Netflix. E ha come protagonista il compagno Elio Germano.



L’Isola delle Rose, l’utopia di un ingegnere

E’ una storia (incredibile) ma vera: nel 1968 l’ingegnere Giorgio Rosa costruì un’isola davanti alla costa di Rimini e decise che sarebbe diventata uno Stato. Ha emesso regolarmente francobolli, aveva una moneta propria, la lingua ufficiale era l’esperanto e l’inno era un passo dell’Olandese Volante di Wagner. Una vera e propria sfida all’Italia, tanto che Rosa fece anche ricorso all’Europa perché la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose venisse riconosciuta come nazione. Ma le cose non andarono come voluto da Rosa. Nel febbraio 1969 la Marina italiana fece saltare in aria l’isola artificiale e addio sogni.

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Un cast da applausi

Germano è credibile e coinvolgente nel ruolo di Rosa e altrettanto brava e misurata è la protagonista femminile, Matilda De Angelis. Convincenti e divertenti anche Luca Zingaretti ne ruolo di Giovanni Leone e Fabrizio Bentivoglio nel ruolo di Restivo. Ed è talmente incredibile la storia dell’Isola delle Rose che il regista si lascia forse un po’ troppo coinvolgere dall’atmosfera hippie e spensierata iniziale.

Gli anni sessanta e il rischio del cliché

Purtroppo quando in Italia nei film si trattano gli anni sessanta c’è sempre il rischio di scadere nella macchietta: sembra sempre di rivedere scene già viste e preconfezionate. A volte Sibilla percorre questa tendenza che fa molto “fiction della Rai” e a volte è sembrato un reboot di I love Radio Rock, ma si salva in corner grazie a una colonna sonora per niente scontata tra Shocking Blue, Human Beinz e Barry McGuire (ci sono anche i grandi classici italiani, ma queste scelte denotano più attenzione e cura).

Amore o utopia?

Nel complesso il film è piacevole e divertente, i personaggi sono ben definiti e la storia ben narrata, tuttavia alla fine L’incredibile storia dell’Isola delle Rose lascia un po’ l’amaro in bocca di qualcosa di incompiuto, qualcosa che andava approfondito. E soprattutto la sceneggiatura sembra voler dire che Rosa avesse deciso di costruire un’isola solo per impressionare la sua ex, mentre aveva ben altre mire. Un bel segno comunque per il cinema italiano che, oltre all’ottima scelta del soggetto, dimostra di poter mettere in piedi un’opera spendibile anche all’estero.

Ex repubblichini geniali e cancel culture

Rosa di politica s’intendeva poco, a detta sua (“Ho votato solo due volte dal 1945. Per Guazzaloca sindaco di Bologna e per il primo Berlusconi. Ma mi sono pentito“) aveva comunque militato nella Repubblica Sociale Italiana. Ci chiediamo se i bravi intellettuali antifascisti, come magari proprio Germano stesso, si rendano conto che nell’Italia degli anni sessanta vi era un’alta tolleranza per chi era stato fascista, perché fino ad un minuto prima lo erano tutti (convinti e non). Nell’Incredibile Storia dell’Isola delle Rose non c’è la cancel culture, non c”è vergogna. C’è speranza e possibilità per tutti, anche per un ex repubblichino. E questa libertà permette la creazione di stupende idee, come quella di fondare una micronazione, un’Isola delle Rose.

Ilaria Paoletti

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6 Commenti

  1. Ancora con ‘sta storia del “repubblichino”. È un termine odioso e ingiusto nei confronti dei caduti e di chiunque abbia militato nella Repubblica Sociale. Non è la prima volta che lo leggo su questo giornale e sinceramente mi dispiace, perché la “cancel culture” citata anche nell’articolo, sembra proprio aver preso il sopravvento. Dappertutto.

  2. Cioe’ il primato nazionale mi loda la storia di uno che voleva nei fatti fare una secessione e come lingua adottare l’esperanto. Cosa mi sta sfuggendo? Ditemelo perche’ devo decidere se rinnovare l’abbonamento.

  3. Onore all’Isola delle Rose, soffio di aria pura, libertà ed evasione fiscale nella merda parassitaria italiota.

  4. Non dimentichiamoci del fatto che il PN ospita articoli di irriducibili anti-fascisti come Diego Fusaro, Alessandro Meluzzi e Vittorio Sgarbi…

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