Roma, 21 nov – Stadio Olimpico di Atene, 23 maggio 2007. Una finale di Champions è sempre una finale di Champions ma, se l’avversario non più di tardi di 24 mesi prima in 6 minuti ti ha recuperato un triplo svantaggio, la vittoria finale comporta una carica emotiva ancora più particolare.



Di quella notte – l’ultima Coppa dei Campioni conquistata dal diavolo – rimane impresso il nome posto sulla maglietta rossonera appena sopra il nove: è infatti la doppietta di Filippo Inzaghi ad indirizzare la disputa. A dir la verità sono però due numeri dieciPirlo – che pennella la punizione sulla cui traiettoria si imbatte il Superpippo nazionale – e Kakà (trovando il corridoio perfetto per suggellare il più facile dei raddoppi) a inventarsi le giocate decisive.

Un calcio di qualità firmato Carlo Ancelotti

Questione che ritorna ciclicamente per Carlo Ancelotti, quella dei fantasisti. Dal gran rifiuto al Divin Codino ai tempi del Parma (“Non conoscevo a sufficienza un altro modulo, del 4-4-2 sapevo tutto. Ripensandoci oggi, sono stato un pazzo” dirà nel 2013) al Milan, in particolare quello dei “quattro numeri dieci” campione d’Europa 2003.

I rossoneri sono una squadra in cui abbondano i piedi buoni perché hanno un presidente a cui non basta vincere: vuole anche divertirsi. E quel ciclone qualitativamente perfetto inizia a mietere vittime già a fine settembre, in terra galiziana. Davanti al malcapitato Deportivo La Coruña, asfaltato in casa per 4-0, Ancelotti senza snaturare il suo credo calcistico inaugura un nuovo corso adeguandosi alla filosofia della società.

In mediana Pirlo e Seedorf cantano mentre Gattuso porta la croce. Dietro a Inzaghi – tripletta per l’occasione – danzano Rui Costa e Rivaldo. E’ l’inizio di un ciclo che porterà a Milano 2 Champions, lo  scudetto, la Coppa Italia e l’Intercontinentale. D’altronde “Non si può giocare un calcio di qualità senza giocatori di qualità”.

Il marchio di fabbrica del Milan ancelottiano è il 4-3-2-1. Il modulo con cui scendono in campo i meneghini nella notte greca del 2007 prende forma durante la stagione 2003/’04. Complici i problemi fisici di Superpippo, l’idea è quella di far coesistere Kakà e Rui Costa alle spalle di Shevchenko.

Il più vincente d’Europa

A conti fatti, il principale segreto dell’allenatore più vincente in Europa – a conferma di quanto sia valida la nostra scuola, con gli spagnoli ancora abbastanza lontani, siamo la nazione con più trofei “in panchina” – risiede proprio nella capacità di aver imparato a fare di necessità virtù, nel non essersi mai chiuso in vicoli ciechi. Rimanendo rigido negli obiettivi ma flessibile nei metodi Carlo Ancelotti è riuscito a trionfare sia in Italia che fuori confine. Inghilterra, Francia, Spagna e Germania, dove, non a caso, ha allenato le squadre migliori: Chelsea, PSG, Real Madrid e Bayern.

Insieme al tecnico, l’uomo. Quello che nella non memorabile esperienza juventina impara comunque il rispetto dei ruoli, colui che anche nei giorni tempestosi non mostra mai allo spogliatoio né preoccupazioni né pressioni. Per dirla con Paolo Maldini, non proprio l’ultimo arrivato: “Se io sono stato una bandiera per il Milan, allora spesso il ruolo di Carlo è stato quello del vento”.

Marco Battistini

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