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Roma, 3 mag – In un’intervista a L’Equipe di febbraio 2020 Massimiliano Allegri, allora ultimo allenatore capace di vincere lo scudetto su una panchina diversa da quella juventina, sollecitato sull’importanza della tattica nell’economia dei 90 minuti spiegò che “il buon allenatore è quello che fa meno danni“. I più delle volte l’imprevedibilità del calcio comporta l’utilizzo di copioni diversi da quelli studiati durante la settimana. Nel film della durata di un intero campionato, senza il testo di uno sceneggiatore che possa aspirare all’oscar, nessuno si ricorderà delle improvvisazioni dei migliori attori.



Con Antonio Conte lo scudetto torna a Milano

Trama della stagione 2020/21 che, dopo quasi un decennio costellato di sole statuette bianconere, si è tinta di nerazzurro. Ebbene sì, la Serie A non è più juve-centrica. Nelle passate stagioni l’ingrato compito di antagonista fu affidato alternativamente a Roma e Napoli. Il calcio versione Covid ha invece visto sulla scena il tanto atteso ritorno delle milanesi. D’altronde quelli che sarebbero stati i punti salienti della Serie A appena conclusa erano già stati spoilerati nella miniserie estiva del ’19/’20, di cui, causa un calciomercato ai minimi termini, il ’20/’21 non è stato che un sequel: Atalanta sorprendente, Juve col fiato grosso, Milan giovane, bello ma ancora acerbo e Inter che, in cura per gli ormai cronici problemi di bipolarismo, avrebbe comunque detto la sua.

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Lo strano percorso

Dobbiamo però spingere il tasto indietro. Perché il successo del biscione visconteo è figlio di un percorso – termine caro al novello premio oscar per la regia Antonio Conte – iniziato nell’estate 2019. Fu allora che lo stesso tecnico pugliese chiese di lasciare l’effetto speciale “pazzia” fuori dagli studios di Appiano in favore di una più rassicurante Beneamata “regolare e forte”.

16 anni di onorato servizio alla Vecchia Signora sono un curriculum ingombrante per chi ha accettato la sfida di riportare agli antichi fasti la sponda nerazzurra del Naviglio. Ci perdonino i puristi del tifo per la seguente eresia calcistica, ma per rinnovare la bacheca l’Inter si è dovuta juventinizzare – la fame dimostrata da Handanovic & Co. è tale solo quando si ha ben impresso nella propria mente che “vincere è l’unica cosa che conta” – tanto quanto l’allenatore, marchiato a fuoco dalla militanza “gobba”, si sia dovuto interizzare. Solo un pazzo avrebbe navigato in maniera così decisa nel maremoto societario provocato dalla (sempre più) lontana proprietà cinese.

L’importanza di sapersi rialzare

Una “lucida follia” quella dell’ex cittì. Il quale, per raggiungere il gradino più alto del podio, è riuscito a trovare nuove forme, a cercare strade diverse. Senza però stravolgere il suo credo. Non sono mancati pesanti passaggi a vuoto: l’avvio balbettante, la prematura e meritata eliminazione dalla Champions in un girone abbordabilissimo, l’aver regalato alla Juve il pass per la finale di Coppa Italia. Ma ciò che non uccide fortifica. E il gruppo squadra, nel solco del mourinhano “Inter contro tutti”, si è compattato sempre di più attorno al suo comandante.

Le vicissitudini di Suning hanno comportato un blocco totale del mercato di riparazione invernale. Antonio Conte, da vero stratega, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Rivalutando atleti totalmente fuori dal progetto come il danese Eriksen o trasformando eterni incompiuti, alias il croato Perisic, in giocatori totali. Accantonata la rotazione “scientifica” dei giocatori e puntellando il modulo abbassando il baricentro, Antonio da Lecce è riuscito a crearsi un blocco titolare pressoché inamovibile. Ciononostante tutto lo spogliatoio si è sentito partecipe. Dal “capitano della panchina” Ranocchia al baby Pinamonti, guarda caso sempre in prima fila nelle ammucchiate ad abbracciare il marcatore di turno.

L’Inter di Antonio Conte è la più italiana degli anni 2000

Le pur fredde statistiche lasciano inoltre pochi dubbi sulla bontà del lavoro svolto. L’Inter ha corso più delle altre, ha coperto lo spazio meglio delle altre (dal vangelo secondo Sacchi, si può essere padroni del gioco anche quando la palla è nei piedi dell’avversario, ergo la sterilità del possesso palla l’ha lasciata spesso e volentieri all’avversario), ha subito meno gol delle altre, ha crossato più delle altre, ha segnato – soprattutto di testa – più delle altre. Ed è grazie a tutti questi motivi che i tifosi interisti ricorderanno le chiusure di Bastoni, gli strappi di Barella e i gol, pesantissimi, di Darmian.

L’Inter più “italiana” – negli attori e nell’interpretazione – degli ultimi vent’anni ha quindi spazzato via la nebbia calcistica che da troppo tempo aleggiava su Milano. Gioco, partita, incontro: c’è un nuovo re – o meglio, un nuovo Conte – in città.

Marco Battistini

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