Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 31 lug – Il campionato europeo appena concluso ci ha lasciato in eredità – oltre al vittorioso percorso azzurro – anche stadi nuovamente gremiti di spettatori come, ad esempio, Wembley e la Puskás Aréna di Budapest. In Italia, al contrario, il ritorno alla piena capienza degli impianti è ancora utopia. Tanto che in molti si stanno chiedendo quale sarà il futuro di chi abitualmente frequenta(va) curve e gradinate.



Nel percorso eterodiretto dai padroni del vapore pallonaro – il cui obiettivo, vale sempre la pena ricordarlo, è quello di sostituire la figura del tifoso con quella del consumatore – sembra però aprirsi una diversa via che porterebbe direttamente alla “proprietà diffusa” delle società. Aperta quindi ai cosiddetti investitori non istituzionali. Il condizionale è d’obbligo: al momento, visti i personaggi interessati e le cifre ipotizzate nello specifico caso italiano, ossia quello del prospettato azionariato popolare Inter, più correttamente si dovrebbe parlare di “azionariato vip”.

Inter: azionariato (finora poco) popolare

Da quello che fanno trapelare i giornali sportivi, ancora non si sa molto. Conosciamo i 16 soci fondatori – con a capo Carlo Cottarelli – provenienti per lo più dal mondo dal mondo bancario e della finanza e che hanno già blindato la nomina del CdA. Ogni tanto veniamo aggiornati sui nomi illustri aderenti all’iniziativa. Troviamo ex calciatori (Bergomi, Berti, Materazzi, Zenga), cantanti (Bocelli, Ligabue, Pezzali, Ruggeri, Vecchioni), personaggi televisivi (Bertolino, Bonolis, De Luigi) ma anche il tennista Fabio Fognini e il giornalista Nicola Porro. Un variegato per quanto non esaustivo elenco. A oggi hanno superato le 50 unità.

Anche dal sondaggio iniziale lanciato dal sito interspac.eu, la cui holding è nata nel luglio 2018, si evince ben poco. Quel che sappiamo per ora è l’intenzione di richiedere una quota minima di entrata tra i 500 e i 1.000 euro. Alla faccia della popolarità.

Il caso Barcellona

D’accordo, probabilmente il progetto azionariato popolare Inter è ancora in fase embrionale. Le predette cifre sono però distanti da quanto risulta in realtà già consolidate, come ad esempio quella del Barcellona. Per diventare socio del club catalano, infatti si deve sborsare una quota annuale di 185 euro. Cifra che si riduce a 92 per i ragazzi con meno di 14 anni e 44 per i bambini fino in età prescolastica.

Interessante è anche l’incidenza sui conti dei blaugrana. Non disprezzabile nell’anno 2002/03, quando le quote ammontavano a 10,9 milioni, ossia l’8,8% del fatturato. Via via i ricavi dai soci sono aumentati ma il loro peso specifico è andato diminuendo. Arrivando, come dal più recente bilancio di previsione, a 18 milioni (impatto del 2,4%).

Tre vie di finanziamento

Per Cottarelli da Viale della liberazione trapela una sorta di silenzio-assenso. L’obiettivo è quello di finanziarsi attraverso tre diversi canali: poche personalità (imprenditori, manager ecc.) che possano garantire versamenti sostanziosi, una larga moltitudine di piccoli contribuenti e – sull’esempio del Bayern Monaco (Adidas, Audi, Allianz) – una manciata di realtà consolidate. Naturalmente il vantaggio per la famiglia Zhang sarebbe quello di poter ottenere liquidità non a debito, risparmiando quindi sugli interessi. In cambio di ciò – ovviamente – viene chiesta la possibilità di influenzare attivamente la gestione della società.

Dopo un anno e mezzo lontano dagli spalti gli appassionati hanno voglia di calcio e quest’ultimo – vedi Bonucci che discute animatamente con la questura romana per poter festeggiare il titolo europeo sul pullman scoperto, tra la folla – ha bisogno di tornare al contatto diretto con la tifoseria. Se direzionato nella maniera corretta, l’azionariato popolare potrebbe essere la giusta chiave per rimettere al centro i tifosi. E perchè no, far tornare i grandi imprenditori italiani ad investire nel pallone.

Marco Battistini

Pivert casual italian brand

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta