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Roma, 30 gen – Chi sta ingrassando a fronte della crisi economica causata dalle restrizioni “pandemiche”? Domanda non retorica dato il sempre più evidente squilibrio tra piccole e medie imprese e multinazionali del web. Un tema che investe anche il mondo del calcio e dei diritti tv.

Bilanci da cartellino rosso

L’allarme è scattato anche in una delle maggiori industrie del belpaese. Parliamo dell’universo calcistico, che garantisce ogni anno allo stato un gettito fiscale superiore al miliardo. Giuseppe Marotta, amministratore delegato dell’Inter, in una recente intervista ha chiaramente parlato di rischio default, dovuto al “costo del lavoro sproporzionato rispetto al fatturato (70%)”, ai botteghini con incassi zero e a una generale diminuzione delle sponsorizzazioni.

Accantoniamo le discussioni sugli ingaggi di giocatori, allenatori e dirigenti. La situazione è anche qui potenzialmente drammatica se si pensa a tutte quelle persone con stipendi “normali” che lavorano grazie al pallone professionistico. Magazzinieri, giardinieri, impiegati, cuochi, ecc. Ad esempio, la squadra del dirigente varesotto conta attualmente 300 dipendenti.

“Nuovi” diritti tv nel calcio: salto nel futuro o salto nel vuoto?

La Lega Serie A dal canto suo, tramite l’amministratore Luigi De Siervo, non chiede finanziamenti pubblici, ma una rimodulazione dei pagamenti. E in questo distopico periodo il capitale multinazionale ha subito fiutato la traccia della possibile preda. Il consorzio CVC-Advent-Fsi entrerà infatti con una quota del 10% nella media company creata per la gestione e commercializzazione dei diritti tv del massimo campionato nazionale.

Con oltre 20 uffici dislocati in tutto il pianeta, i britannici di CVC sono specializzati nel private equity, una particolare tecnica di investimento in società potenzialmente in crescita ma non quotate. L’americana Advent, invece, conta 15 filiali in 12 Stati diversi. Fsi ha sede nel capoluogo lombardo e affari con oltre 3mila aziende. Parliamo di circa 1,7 miliardi di euro che verranno successivamente disinvestiti per ottenere plusvalenze.

Nell’immediato si amplierebbe la disponibilità liquida delle squadre, ma l’obiettivo dichiarato è quello di riuscire a vendere i diritti tv del calcio per il triennio 2021-24 ad una pluralità di piattaforme, magari con abbonamenti a cifre ridotte, in modo da accrescere il “valore del campionato” nel corso dei sei anni per ora previsti. Il nodo da sciogliere sarà quello della ripartizione di queste nuove risorse.

Modello inglese: uno stadio a porte chiuse

Se da una parte è innegabile che la liquidità promessa farà comodo a ciascuna delle 20 squadre, dall’altra bisogna capire a chi si ispirano i dirigenti in Lega. Il presidente Paolo Dal Pino parla di innovazione, di nuovo sistema, anche se quanto finora ipotizzato sembra più una copia di ciò che avviene in Inghilterra.

Nella stagione 2018/2019 oltremanica i ricavi generati dalla vendita dei diritti tv della Premier League, hanno toccato quota 2,75 miliardi di euro, contro il miliardo della Serie A. Un aumento del 70% rispetto al 2016. Ogni tifoso che abbia frequentato lo stadio negli ultimi anni sa bene cosa abbia voluto dire importare il cosiddetto “modello inglese” in termini di caro-biglietti, affluenza, calendari spezzatino, orari impossibili ma anche repressione, o meglio, di esperimenti sociali da riproporre in un futuro (purtroppo sempre più prossimo) all’intera società. Ricevere più soldi dalle televisioni vorrà dire inoltre riservare ancora più potere decisionale alle stesse, con tutto quello che ne consegue. Rendere ancora più concorrenziali gli abbonamenti televisivi comporterà un’ulteriore emorragia di tifosi all’interno degli impianti.

Tifosi, calcio e diritti tv: il diavolo si annida nei dettagli

Al netto delle normative di contrasto al Covid-19 che attualmente impongono la chiusura degli impianti, oltre ad un fattore puramente culturale – a metà stagione 2019/2020, ossia quella giocata in presenza di spettatori, tutti gli impianti di Premier League hanno avuto una soglia di riempimento superiore 90% – l’improponibilità di qualsiasi modello proveniente da oltremanica che avvantaggi ulteriormente l’utente televisivo rispetto al tifoso da stadio è da ricercare anche in termini geografici.

Attualmente tra le 20 squadre che si affrontano nel massimo campionato inglese, 6 sono di Londra. Altre 11 provengono dai “soli” 200 km compresi tra Birmingham, città dell’Aston Villa, e Burnley. I più distanti sono il Brighton e il Newcastle, “divisi” da 550 km. Distanza similare a quella che intercorre tra Roma e Milano (570 km) e nettamente inferiore, per esempio, alle tratte Napoli-Torino (quasi 900 km) o al caso limite Crotone-Udine (1.200 km). Dalle nostre parti c’è una netta divisione tra centro-sud (5 squadre più un’isolana) e centro-nord, che conta le restanti 14 tra gli oltre 500 km che intercorrono tra Genova e Udine e i 330 tra Firenze e Bergamo.

Un’occasione al novantesimo

Si sta procedendo velocemente alla “amazonizzazione” del mondo pallonaro. C’è chi sicuramente ingrasserà: i famosi fondi multinazionali che già hanno in programma di rivendere le proprie quote quando la resa sarà certa. Ci sarà chi comunque riuscirà a restare a galla: le squadre strutturate che hanno la possibilità di garantirsi tante stagioni consecutive in Serie A.

Dall’altro lato ci sarà chi affonderà più facilmente. Parliamo di tutte quelle realtà cadette e di Lega Pro già a corto di ossigeno e tagliate fuori ancora una volta dal fruttuoso giro d’affari dei diritt tv. Infine avremo chi sarà messo davanti a una scelta: evitare freddo, pioggia e intemperie sprofondando per pochi euro sul divano di casa oppure armarsi di sciarpa e partire per raggiungere l’ultimo grande centro di aggregazione rimasto.

Marco Battistini

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