Roma, 25 lug – A quanto mi hanno riferito, agli Europei di calcio femminile l’Italia è stata eliminata con disonore, raccogliendo un solo punto in tre partite e finendo quindi ultima nel proprio girone. Non proprio il modo migliore per celebrare il recente accesso al professionismo. A parte il fallimento della nostra Nazionale – che non ci fa piacere – occorre però interrogarsi se il calcio femminile possa essere effettivamente considerato calcio.

Un’operazione di marketing

La questione è stata riaperta sul Foglio dal sempre caustico Jack O’Malley, che definisce (giustamente) l’Europeo femminile un «torneo parrocchiale», per poi abbandonarsi a questa confessione liberatoria: «Verrò presto spazzato via, lo so, sono di quelli che allo stadio fischiano ancora gli avversari e cantano i cori non passati al vaglio delle società, ma è più forte di me. Nulla contro le calciatrici, sia chiaro: loro fanno bene a giocare, a pretendere il professionismo, a cercare sponsor e divertirsi a vincere. Quello che non sopporto è l’operazione di marketing che c’è attorno al movimento calcistico femminile, che in nome di una parità fisica e tattica inesistente pretende di venderci come uguale un surrogato dello sport di cui ci siamo innamorati. Sono due sport diversi, e chi vuole seguire quello più lento e acuto dei due ha tutto il diritto di farlo, eppure cercano di spacciarli come identici».

Il calcio femminile è un altro sport

A scatenare la penna acuminata di O’Malley è in particolare la copertina di Fifa 23, «il videogioco di calcio che ha cresciuto generazioni di lobotomizzati che preferiscono i trick virtuali all’odore del campo e che dall’anno prossimo se Dio vuole non ci sarà più. “Fifa 23 sarà l’ultimo. E punta a essere il più bello e inclusivo di sempre”, titolava non a caso Repubblica giovedì. In copertina c’è Kylian Mbappé, e con lui Sam Kerr. Anche io come voi ho pensato “e chi cazzo è?”. Sam Kerr è una calciatrice australiana che gioca nel Chelsea. Ora io sono contento che Kerr giochi a calcio in Inghilterra, ma cosa se non un’operazione di marketing ideologica l’ha fatta finire sulla copertina di Fifa 23?».

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Il punto è proprio questo. Le calciatrici hanno tutto il diritto di far crescere il loro movimento, ma l’operazione ideologica messa in campo dalle matriarche murgine e boldriniane è ridicola, anzi irritante. Proprio perché calcio maschile e femminile non sono comparabili. Il primo è uno sport che ha fatto innamorare miliardi di persone, perché è una disciplina maschia, rude ed energica, ma al contempo tecnica ed elegante. Il calcio femminile, invece, è lento, goffo, sgraziato, terribilmente noioso. Non è un caso che, quando giocano le compagini maschili, gli stadi siano pieni, mentre le partite tra squadre femminili – anche le più quotate – si svolgano di fronte a una manciata di spettatori. Il calcio è spettacolo, e i denari vengono di conseguenza. Se si assiste a uno spettacolo penoso, invece, le persone preferiscono fare altro.

Parola al campo, non alle femministe

D’altra parte, non è certo casuale che il calcio femminile – snobbato in Italia fino a ieri l’altro – abbia ricevuto tanta attenzione dai media nel periodo in cui l’ideologia woke ha raggiunto lo zenit, con tutto il suo carico di femminismo rancoroso, folate matriarcali e vittimismo da scolarette. Per carità, se le Boldrini e i Mentana intendono coprirsi di ridicolo, non saremo certo noi a invitarli a desistere. Ma almeno non ci facciano la morale. Perché le calciatrici non vengono da loro osannate in quanto atlete, ma in quanto donne. Non perché, cioè, sono brave, ma solo perché hanno la vagina. Il resto è solo ipocrisia da femministe isteriche e da «sottoni» in cerca di coccole.

Valerio Benedetti      

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