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Roma, 13 giu – Quello tra l’Italia e l’Europa è un rapporto che si consuma tra l’alternarsi di attrazione e repulsione. Sarà per la nostra posizione geografica, che caratterizza il nostro popolo tanto in senso mediterraneo quanto in senso continentale, sarà per i secoli di storia che ci accomunano e ci dividono allo stesso tempo: l’Impero romano che unificò sotto le sue insegne tutto ciò che fosse oltre l’arco alpino, il Risorgimento che si allunga fino alle tempeste d’acciaio della prima guerra mondiale, la pachidermica macchina burocratica che oggi barrisce per mezzo di un aspro verso chiamato austerità. Unione Europea che vede la sua prima, embrionale, forma nel marzo 1957, quando nella capitale vengono ratificati i Trattati di Roma. Italia, Francia, Germania e Benelux danno il via a quello che diventerà il mercato unico e all’Euratom (circa il nucleare, siamo gli unici rimasti senza).



Lo sappiamo, oltre l’entusiasmo dell’epoca – e di qualche euroinomane odierno – la strada unionale allora intrapresa si è rivelata col tempo una sòla. Ma gli déi (del calcio) qualche segnale lo fecero tempestivamente recapitare. Passando per il viola della Fiorentina.

La prima volta di Firenze

Occorre fare però un passo indietro, più precisamente al 6 maggio 1956. Siamo in quel di Trieste e con ben 5 turni di anticipo Firenze diventa per la prima volta regina del pallone. Basta infatti un 1-1 alla Fiorentina allenata dal futuro commissario tecnico Fulvio Bernardini per laurearsi campione d’Italia. La città che fu di Dante – tra gli altri, l’elenco sarebbe infinito – riesce così a spezzare il decennale dominio calcistico dell’asse Milano-Torino.

Parte del merito va alle capacità organizzative di un ricco e ambizioso imprenditore tessile di Prato, Enrico Befani, presidente viola dal 1952. Il resto – si fa per dire – lo fanno i giocatori. Tra i pali, alla guida di una difesa arcigna, la scommessa Giuliano Sarti, Michelangelo Montuori, interno argentino di origini italiane (13 le sue reti stagionali) e Giuseppe Virgili, pistolero delle aree avversarie, che di marcature ne conterà 21 a fine campionato. Impressionanti inoltre i numeri degli scontri diretti: in 6 gare 5 vittorie, un pari (0-0 a domicilio contro l’Inter), 14 gol fatti, 1 solo subito.

Fiorentina beffata a Madrid

Oltre al prestigio, la vittoria del campionato conferisce alla viola anche la possibilità di giocare la seconda edizione della Coppa dei Campioni. In Europa i toscani confermano le positive prestazioni della stagione precedente, eliminando gli svedesi del Norrköping, il Grasshopper (Svizzera) e la Stella Rossa di Belgrado. Arriviamo dunque al tardo pomeriggio del 30 maggio 1957, poco più di due mesi dopo la firma dei Trattati. E’ il giorno della finale che mette di fronte al Real Madrid, vincitore della prima edizione, proprio quei toscani che con orgoglio portano il tricolore sul petto.

Come annotato dalle cronache dell’epoca, davanti a 135mila spettatori le squadre si fronteggiano alla pari. L’equilibrio è spezzato solo al ‘69, minuto in cui l’olandese Horn sanziona una scarpata di Magnini nettamente fuori area – in piena lunetta – con un calcio di rigore. Di Stefano accetta il generoso regalo e dagli 11 metri, di potenza fa 1-0. Blancos che spietatamente colpiscono per la seconda volta una Fiorentina sbilanciata in avanti con il più classico dei contropiedi che vale il doppio vantaggio. Risultato che sarà poi quello finale.

Il pistolero dell’area di rigore

La compagine toscana è quindi la prima squadra italiana a disputare una finale continentale. Per quanto amaro – e ingiusto, data la netta svista arbitrale – l’epilogo, a metà anni ‘50 la Firenze calcistica si ritaglia quindi un ruolo da assoluta protagonista. Sia in patria che in Europa. Una squadra, come da italica tradizione, con una insormontabile retrovia.

“Oh Beppe… te fai gol e poi finisce 1-0. Qua dietro un passa nessuno” dicevano i compagni a Virgili, centravanti da oltre 100 gol in carriera con una passione per il mondo del fumetto, tante soddisfazioni con la maglia dei gigliati, pochissime in azzurro. “Pecos Bill” – soprannome coniato da Gianni Brera – disse un giorno sulla scarsa considerazione a lui riservata: “Certo che ci sono stato poco in nazionale, c’avevano il pallino degli oriundi. Vi dico una cosa. Quando prima della partita la banda sonava l’Inno di Mameli loro impassibili. un gliene fregava nulla. Io avevo la pelle d’oca”. Mancò la fortuna, non il valore.

Marco Battistini



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