manciniRoma, 20 gen – Tutta la carovana di opinionisti, commentatori, telecronisti, editorialisti, tuttologi che ora si accodano alla santificazione di Roberto Mancini ha, se non altro, la scusa di non aver visto mai il campo se non dalla tribuna stampa. Ma lui, uno che ha fatto 738 partite con squadre di club ai massimi livelli e 657 panchine da allenatore, come funziona il campo dovrebbe saperlo, senza che arrivi un Sarri a spiegarglielo. E invece no, l’abbiamo visto ieri sera piangere davanti alla tv e tuonare contro l’allenatore del Napoli in quanto “razzista” (ma i gay sono una razza?), dire che il mister avversario dovrebbe essere messo fuori dal calcio (cosa che come minimo dovrebbe indurre tutta la categoria degli allenatori a non stringere più la mano al tecnico dell’Inter), spiegare che “invece in Inghilterra…” (ancora con questo complesso di inferiorità?) e ammettere di aver rifiutato le scuse del collega (alla faccia dell’educazione).

Eppure Mancini un’idea di come vanno queste cose doveva pur avercela, se è vero che nel 2000 non chiese la radiazione a vita di Mihajlovic, suo compagno di squadra nella Lazio, accusato di aver pronunciato insulti razzisti contro Vieira in occasione di un Lazio-Arsenal di Champions League. “Sinisa e Vieira sono due ragazzi intelligenti, credo che possano superare le tensioni e finirla – dichiarò all’epoca l’attuale allenatore dell’Inter – Nel corso di una partita l’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e di grande nervosismo. Credo che anche qualche insulto ci possa stare. L’importante è che tutto finisca li”. Ecco, appunto.


Ieri sera, invece, il Mancio non ne ha azzeccata una. E forse per fare di meglio non serviva neanche tanta esperienza di campo, già a scuola si dovrebbe imparare che le liti fra compagni di banco non si risolvono piangendo dalla maestra e chiedendo la sospensione dell’alunno avversario. L’unica speranza affinché il calcio, nonostante le tv, i miliardi, i presidenti stranieri, la Fifa e la Figc resti uno sport autentico è proprio la conservazione di questi arcaismi, di questi atteggiamenti elementari. In fin dei conti lo sport è l’ultima occasione per dar vita a un Männerbund che ancora ci sia concessa. Lo spogliatoio è l’ultima riserva di virilità, dove sin da piccolo il bambino impara ad essere uomo insieme ai suoi coetanei, almeno finché si riesce a impedire alle mamme mediterranee di violarne lo spazio, cosa che sfortunatamente accade sempre più spesso.

È questo segreto virile custodito dallo spogliatoio che rende lo sport sempre un po’ indigesto al boldrinismo dei tempi attuali, che per recuperarlo deve poi infilare messaggi “equi e solidali” un po’ ovunque. Il campo e lo spogliatoio hanno una loro logica, che davanti alle telecamere non vale più: i primi sono ancora vita autentica, le seconde veicolano la fuffa retorica che al al calcio fa da spiacevole contorno. Nella vita autentica, si perdono anche le staffe, ci si manda a quel paese, si insultano le mamme e ci si dice “finocchio”. Talvolta volano anche un paio di schiaffi. Poi si fa pace. O magari no. Ma si resta sempre in quella dimensione elementare, priva di sovrastrutture, che è l’unica cosa che ancora ci distingue dagli automi boldriniani, così pieni di civismo, di indignazione, di valori costituzionali.

Adriano Scianca

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3 Commenti

  1. Sarri è razzista o Mancini dei furbi è il primo della lista, o il buonsenso nel catalogo del pensiero umano(ide) è l’ultimo della lista? Ah, saperlo.

  2. A Sarri va già bene che gli diano due giornate di squalifica. Alcuni siti “gay-friendly”(?) suggeribbero pubbliche flagellazioni con frustate in ginocchio nella piazza del “Gay Pride” e dei “diritti civili” con successiva crocifissione. (magari nei paesi “evoluti” succede anche questo). Di fronte a ciò dico: FINOCCHIO! FROCIO!
    P.S: In effetti Mancini una checca sembra esserlo…

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