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Roma, 7 mar – Italiani, popolo di (migliori) allenatori. Simpatico motto che fa riferimento più che altro agli esperti tecnico-tattici da bar dello sport. Quelli sempre pronti a criticare quella formazione, quel (mancato) cambio o quella trama di gioco un pó troppo prevedibile.



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L’aforisma è sempre valido nonostante il pallone italiano non sia più considerato espressione di avanguardia. Malgrado il “reparto internazionale” delle bacheche dei club sia impolverato da troppi anni (un decennio esatto) è fuori discussione che la nostra scuola calcistica sia stata per tutto il ‘900 un volano del movimento mondiale.

Migliori allenatori 2001-2020: trionfa lo Special One

Qualche piccolo segnale di risveglio però sembra esserci. La Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio ha giudicato per l’anno 2020 la Serie A come il miglior campionato a livello mondiale, precedendo la Premier League e il Brasileirão. Gradino più alto del podio che mancava dal 2006, ultimo piazzamento la medaglia d’argento del 2015.

Nello scorso mese di febbraio la stessa Iffhs ha stilato la classifica dei migliori allenatori del secolo corrente. Mourinho primo, Löw secondo, terza piazza ex-aequo per Guardiola e Ferguson. A seguire Wenger, Ancelotti, Del Bosque, Simeone, Deschamps e Bielsa. A primo impatto il calcio italiano sembrerebbe fuori da questo particolare gotha pedatorio con il solo Carletto presente in graduatoria – Fabio Capello e Marcello Lippi sono rispettivamente all’undicesimo e al quindicesimo posto – ma a un occhio attento non può sfuggire che molti di questi mister stranieri devono il loro successo alla scuola tricolore. Facciamo quindi un doveroso passo indietro.

Il Profeta di Fusignano

Più di una volta Romagna hanno fatto rima con rivoluzione. Così è stato a inizio novecento nel campo della politica, così è stato sul finire dello stesso secolo all’interno del rettangolo verde. Sì, perchè c’è un calcio, o meglio un’idea di calcio prima di Sacchi e un’altra dopo Sacchi. Il giovane Arrigo, addetto alle vendite nella ditta di famiglia, grazie al proprio lavoro ha la possibilità di girare il mondo. Unisce l’utile al dilettevole e coglie l’opportunità di vedere dal vivo il gioco dell’Ajax, del Liverpool ma anche, ai mondiali messicani del 1970, del Brasile di un certo Pelè. Il futuro allenatore milanista riprende quindi l’idea olandese di calcio totale e la fa sua, migliorandola.

Prima di Sacchi esisteva un gioco sì di squadra, ma in cui il singolo era determinante in quanto a comandare era sempre e solo chi aveva la palla nei piedi. Sia nel catenaccio che nella zona mista ogni giocatore aveva un compito preciso.

Il calcio prima e dopo Sacchi

Il sacchismo è una filosofia calcistica forgiata da anni di studio e gavetta, manifestatasi come fenomeno sportivo elitario e successivamente diventato mainstream. Nessuno prima d’allora aveva anteposto il “cervello” del giocatore ai “piedi”.

E’ alzata vigorosamente l’intensità del lavoro fisico e curata maniacalmente la tattica: la sincronia dei movimenti doveva diventare automatismo. Viene ribaltato il contropiede, da lancio lungo verso il centravanti a manovra corale, diretta e fulminea. Si sviluppa l’attitudine di giocare anche “a palla lontana” con tutti e 10 i giocatori di movimento costretti a partecipare alle due fasi. Vengono introdotti concetti che oggi si danno per scontati: la salita della difesa a palla coperta, la squadra corta, l’avere il maggior numero di giocatori possibili sotto la linea della palla, il pressing coordinato. Sacchi dixit: “Avere una difesa attiva vuol dire che anche quando hanno la palla gli avversari tu sei padrone del gioco. Con tale pressione li obblighi a giocare a velocità, a ritmi e intensità tali per cui non essendo abituati vanno in difficoltà”.

Il calcio degli attuali anni ’20 è quindi figlio legittimo di quanto sopra: per loro stessa ammissione sia Mou che Guardiola, Simeone o “El Loco” Bielsa hanno imparato a menadito – e successivamente applicato – la “lezione” del fusignanese.

I migliori allenatori? Forgiati in Italia

Solo un italiano siede quindi tra i migliori 10 allenatori degli ultimi vent’anni. L’attuale C.t. dell’Everton è discepolo – prima in campo poi in panchina – del comandante milanista. Appesi gli scarpini al chiodo, la carriera del reggiano inizia proprio come vice di Sacchi nella nazionale italiana di Usa ’94. Ad oggi il palmares personale conta 10 titoli nazionali (tra cui un campionato italiano, uno inglese, uno francese e uno tedesco) e 9 internazionali, di cui 3 Champions League.

Tanta Italia dicevamo. A partire da Didier Deschamps, che già da calciatore si sapeva distinguere per acume tattico. Qualità affinata a Torino, sponda Juve, dove lavora con Marcello Lippi. Dal Paul Newman di Viareggio – primo ad aver vinto le massime competizioni internazionali sia a livello di club che di nazionale, primatista di finali di Champions di cui 3 consecutive e inserito nel 2007 dal Times tra i 50 migliori allenatori dell’intera storia del calcio – Didì ha preso più di un appunto.

Anche la carriera agonistica di Diego Pablo Simeone è legata al nostro campionato. Per di più in un periodo di particolare prestigio internazionale per le squadre italiane. Otto le stagioni passate nel belpaese tra un tackle, un recupero difensivo e una trentina di reti. L’aver conosciuto prima il calcio di “provincia” – a Pisa – poi la scala interista e l’approccio passionale romano (sponda Lazio) rappresenta un importante bagaglio cognitivo per chi nel 2013-2014 alla guida dell’Atletico Madrid si è tolto lo sfizio di interrompere il duopolio Barcellona – Real Madrid. Per il Cholo anche quattro successi in campo europeo ma due finali di Champions che gridano vendetta, perse entrambe contro i blancos, gli odiati cugini: la prima ai supplementari, la seconda dopo la lotteria dei calci di rigore.

Guardiola e Ferguson nostri “debitori”

Diversa la storia di Josep Guardiola. Differentemente dal collega francese e da quello argentino, il catalano arriva in Serie A a carriera praticamente finita. Un paio di stagioni divise tra Brescia e Roma sono state la giusta occasione per studiare dal vivo una delle migliori scuole d’Europa e ampliare così le proprie conoscenze tattiche. Curioso l’aneddoto secondo il quale fu proprio Pep a introdurre per la prima volta nello spogliatoio delle rondinelle l’analisi televisiva delle squadre avversarie. Il suo nome è indelebilmente legato al tika-taka di blaugrana – e roja – memoria: trama di gioco sviluppata per via orizzontali, passata ormai di moda in quanto utopistica fuori dal contesto spagnolo. Convertitosi ad un calcio più verticale, quindi più italianizzato, ha continuato a mietere successi con Bayern Monaco e Manchester City.

Nessuna esperienza diretta ma solo qualche incontro ravvicinato nelle vesti di avversario per Ferguson, 27 anni alla guida del Manchester United, tecnico più vincente in assoluto con una cinquantina di trofei in bacheca. Ciononostante Sir Alex si è sempre dichiarato “debitore” verso l’Italia: una forte amicizia lo lega al già citato Marcello Lippi, vera fonte d’ispirazione per lo scozzese. La Juve in Europa vinceva e convinceva, del viareggino apprese e approfondì anche le metodologie di allenamento: una sorta di passaggio di consegne a livello europeo dai piemontesi ai diavoli rossi.

Così l’Italia ha portato Mourinho al trionfo

Ultimo allenatore capace di vincere fuori dai confini nazionali con un’italiana è invece Josè Mourinho che, come anticipato, risulta essere il miglior tecnico del secolo corrente. Sebbene il palmares del portoghese sia fermo dal 2017 (Manchester United) al double Europa League e Coppa di Lega inglese, nel primo decennio degli anni 2000 riuscì nella sorprendente doppia impresa di vincere la Champions con squadre che di primissima fascia proprio non erano: Porto stagione 2003/04, Inter 2009/10.

Personalità spigolosa e profondo conoscitore dell’universo-calcio a 360° (“chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”) prima del biennio interista ha lavorato in Portogallo, in Spagna e in Inghilterra. Per sua stessa ammissione è la natura del calcio italiano che costringe l’allenatore a migliorarsi cercando diverse soluzioni tattiche per fare la differenza. Solidità difensiva, fisicità e un intelligente uso dello spazio sono sempre state caratteristiche delle sue compagini, ma è durante l’avventura lungo stivale che solidifica le sue certezze e adotta per la prima volta un modulo, quel 4-2-3-1 “coniato” solo pochi anni prima dal romanista Spalletti, che poi riproporrà in tutte le sue esperienze successive.

Merito, bellezza, coraggio e idee

Non tutto è perso, quindi. Il nostro calcio giocato, o meglio allenato, rimane, per il momento, ancora punto di riferimento sia nel panorama europeo che in quello mondiale. Ma, sportivamente parlando, senza rinnovamento rischiamo di finire relegati in periferia. Il credito di cui godiamo non sarà eterno e scellerate scelte gestionali – ultima, ma solo in ordine cronologico, la decisione juventina di affidare a un mister alla prima esperienza la panchina dell’unica squadra attualmente in grado di competere con i top club esteri – ci stanno spingendo verso l’anonimato internazionale. Ma questo, in senso lato, è un problema insito nella nostra società, della quale, secondo il Sacchi-pensiero, il calcio è uno specchio.

Per l’Arrigo nazionale “abbiamo disconosciuto tutti i principali valori: merito, bellezza, coraggio e idee”. In un’Italia che sembra sempre più appiattirsi verso il basso parlare di queste quattro qualità sembra irrealistico. Ma è la conditio sine qua non da cui ripartire.

Marco Battistini



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