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13339542_670552853102097_282165329876426583_nRoma, 4 giu – La morte di Cassius Clay, noto ai più come Muhammad Alì dopo la conversione all’Islam, lascia un vuoto incolmabile nel mondo dello sport che oggi perde uno dei suoi più degni rappresentanti. L’ex campione del mondo dei pesi massimi era ricoverato in ospedale da giovedì pomeriggio e nella serata di ieri le sue condizioni si erano aggravate, ma già da tempo, dopo un suo ricovero nel gennaio 2015, si era presagito il peggio.



Parlare del percorso sportivo che ha portato The Greatest ad essere considerato una leggenda può risultare superfluo ma è obbligatorio parlarne se si vuole tracciare un profilo del leone di cui tutti, indistintamente, oggi parlano. Alì ha rivoluzionato la “nobile arte”, i primi incontri storici con Sonny Liston (il quale nel ’65 fu vittima di quello che passerà alla storia come il “phantom punch”) hanno determinato, grazie al campione, un’impennata della popolarità della boxe che andava di pari passo con la fama che Clay si guadagnava tra il pubblico con il suo fare arrogante e il suo stile innovativo di combattimento: colpi potenti a una velocità impercettibile, colpi che facevano sembrare gli avversari lenti e goffi, uno stile espresso nella sua massima più famosa “vola come una farfalla, pungi come un’ape”.

Dopo aver difeso il titolo per otto volte, Alì vide interrompersi la sua carriera per via del suo rifiuto di arruolarsi per il Vietnam, un colpo che la società statunitense non poteva certo accettare e che si sommava alle varie uscite da outsider del campione (in primis la conversione del 1964 e l’adesione alla Nation of Islam). Dopo la polemica, tornò sul ring nel ’71 vincendo due incontri per KO tecnico ai quali seguì l’incontro con Joe Frazier, che nel frattempo gli aveva preso il titolo. The Greatest affrontò Frazier altre due volte nel ’74 e nel ’75 vincendo entrambi i match. Va ricordato inoltre l’incontro storico del ’73 con George Foreman dove al posto della solita tecnica basata sulla mobilità, Cassius Clay si limitò a subire tutti i colpi di Foreman continuando ad insultare l’avversario fino a sfinirlo per poi concludere il match con una serie di colpi culminati in un destro, iniziativa che stupì tutti, compresi i suoi allenatori.

Al di là dei meriti sportivi, cosa rende Muhammad Alì un’icona? Di sicuro una decisa indole anticonformista. In queste ore c’è chi lo chiama “rappresentante dei diritti civili”: peccato che le sue dichiarazioni contro la guerra in Vietnam fossero più anti-imperialiste che pacifiste, la sua stessa conversione religiosa aveva a che fare con una sentita identità spirituale e razziale. Da questo punto di vista va ascoltato il suo discorso contro l’integrazione razziale, certo poco in sintonia con l’odierna retorica dei cosiddetti “diritti civili”. E dà la grandezza di quest’uomo, ma anche la piccolezza della società che oggi, ipocritamente, lo celebra.

Antonio Pellegrino



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