Roma, 17 gen – Il 17 gennaio 2022, se fosse ancora tra noi, Muhammad Ali avrebbe compiuto ottanta anni. Il mondo intero lo avrebbe ricordato e lui non si sarebbe sottratto ai festeggiamenti, perché era il pugile della gente e il campione degli umili. Un tempo era stato povero e conosceva il dramma del vivere senza avere l’essenziale. Se qualcuno dovesse raccontare chi fosse stato il pugile Alì riempirebbe una biblioteca, per dire quanto era stato una figura determinante e importante del nostro Novecento. La sua fama non conosce tramonto, il suo nome è scolpito nel cuore di quelli che lo hanno conosciuto, amato e imitato.

Muhammad Ali: il pugile più grande, grazie a un ladro di biciclette

Ma la sua carriera di pugile non sarebbe nata, se qualcuno non gli avesse rubato una bicicletta. Quando si recò a denunciare il furto, incontrò un poliziotto che, vedendolo pieno di rabbia, gli consigliò di entrare in palestra per sfogare questo sentimento. Quella bicicletta nuova che gli avevano rubato, era stato il regalo più bello che avesse avuto nella sua vita. Allora il suo nome era Cassius Clay, non se lo fece ripetere due volte e si presentò in palestra dove lo accolse lo stesso poliziotto, ma allora in veste di istruttore. Credo che mille volte il poliziotto e il buon Clay avessero ringraziato il ladro di biciclette, perché quella fu la scintilla di una grande storia che avrebbe scritto. Dopo i primi tempi nei quali apprese gli insegnamenti della boxe, la sua vita passò sempre attraverso il ring.

Un peso massimo controcorrente

Con gli anni divenne, dapprima, campione americano dei pesi mediomassimi, poi con la nazionale americana partecipò alle Olimpiadi di Roma, dove si impose nella categoria dei mediomassimi conquistando l’alloro olimpico nel 1960. Nella stessa Olimpiade vinsero l’oro il nostro Benvenuti, il colosso di Mestre, Franco De Piccoli e Franco Musso. La vita di Cassius Clay divenne davvero leggendaria con la conquista del titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento il campione divenne l’uomo del secolo: la sua simpatia e l’ottimismo con cui affrontava la vita lo portarono sempre più in alto. I giornali dedicarono al campione pagine e pagine, e non si sottraeva mai alle interviste poste dai giornalisti televisivi in cui predominavano la simpatia e la battuta facile. La vita di un pugile, come la vita di un uomo, è fatta di momenti di gioia e di momenti bui.

Per le sue posizioni contro la guerra in Vietnam e per essersi rifiutato di indossare la divisa americana, gli venne dichiarata una guerra spietata. Clay si rifiutò di andare a combattere contro i Vietnamiti, dicendo che a lui non avevano fatto nulla. Questa sua scelta ebbe delle conseguenze devastanti: il divieto di boxare e la privazione del titolo mondiale che aveva conquistato contro Sonny Liston nel 1964. Quelli che avevano pensato di toglierselo di torno, non avevano fatto i conti con la tenacia e la forza che sul ring lo avevano fatto vincere, e che anche nella vita gli avevano dato sempre la forza di ricominciare.

Quando Cassius Clay divenne Muhammad Ali

Qualche tempo dopo abbracciò la religione islamica e divenne Muhammad Ali. La sua fu una scelta coraggiosa che gli costò molte critiche ma il campione non cedette, perché era convinto della sua decisione. Dopo la faccenda legata alla guerra di Vietnam riprese in mano la sua vita e ricominciò a risalire la china. Voleva assolutamente riprendersi la corona mondiale dei pesi massimi. La strada era spesso in salita, ma la fatica, il dolore, e ogni tipo di sofferenza non lo spaventarono. Era il più grande, ma prima di tutto credeva in se stesso che alla fine era la qualità più importante che possedesse. La difficoltà più grande che doveva superare, dopo un lungo periodo di inattività, era il dover mettere in movimento un corpo arrugginito.

Quello che scrisse nella storia della boxe, qualche anno dopo, nel 1974, fu una pagina che il mondo sportivo non avrebbe più dimenticato: un evento che incollò milioni di persone davanti agli schermi per assistere all’incontro tra Muhammad Ali e il detentore del titolo mondiale dei pesi massimi: George Foreman. L’incontro ebbe luogo a Kinshasa, nell’ex Zaire, il 30 ottobre del 1974. In quell’occasione Alì inflisse una tremenda sconfitta a Foreman mettendolo Ko all’ottava ripresa. Il mondo della boxe esultò per la vittoria di Alì che non era dato per favorito. Il gigantesco George Foreman vide la sua carriera finire inesorabilmente sotto i colpi tremendi del suo sfidante. Dopo dieci anni ritornò in possesso del titolo mondiale che detenne, poi, per molti anni, difendendolo numerose volte. La sua storia gloriosa si interruppe poi con la perdita del titolo contro un giovane pugile: Leon Spinks che lo sconfisse nel 1978, ma sette mesi dopo, riconquistò il titolo mondiale per la terza volta, cosa che nessun pugile aveva mai fatto prima di lui.

Un ragazzo del Kentucky, con l’anima di una farfalla

Dopo aver abbandonato l’agonismo, si ammalò del morbo di Parkinson. Il campione lottò contro la malattia come lottava sul ring. Uno dei campioni più cari alla boxe e non solo, lasciava la vita terrena nel 2016. Il mondo si inchinò al suo eroe, all’uomo che aveva fatto felici milioni di persone e che non aveva mai abbandonato i poveri e gli ultimi. Quando lo considero un campione anche di umanità mi viene in mente il libro che scrisse tanti anni fa, Con l’anima di una farfalla assieme a sua figlia Hana Yasmeen Ali, che uscì in Italia per i tipi della Rizzoli nell’ottobre del 2005 in cui erano raccolti i suoi ricordi più belli, e i suoi ideali che lo avevano spinto a vivere. Lo si potrebbe considerare come il suo testamento spirituale: un libro da leggere nei periodi difficili della vita perché ti dona la speranza per rialzarsi. Alla parola Coraggio scrive: “Ogni uomo desidera credere in se stesso e ogni uomo vuole essere senza paura. Diventiamo eroi quando ci esponiamo per sostenere quello in cui crediamo. Prima di vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi, prima di diventare il campione del mondo, prima di oppormi al governo degli Stati Uniti per affermare la mia fede, prima di essere nominato ambasciatore di pace dell’Onu e prima di divenire la persona più conosciuta del mondo, ero solo un ragazzo del Kentucky che credeva in se stesso e aveva il coraggio di seguire il proprio cuore.”

Emilio Del Bel Belluz

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1 commento

  1. Alì è sempre stato un grande:
    l’unica cosa che non mi piace della sua vita è la sua conversione,anche se riconosco
    che probabilmente è giustificata dalla delusione per come il suo paese lo ha trattato quando si è
    rifiutato di combattere una guerra di invasione, in un paese sovrano….e contro gente che non gli aveva fatto niente:
    ritengo che il suo rifiuto sia stato il suo insegnamento più grande,e il vero vertice della sua vita:
    vertice che si posiziona molto,MOLTO più in alto della sua sia pur eccelsa carriera sportiva.

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