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Roma, 17 apr – Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suárez, Corso. Un undici titolare entrato di diritto nella storia, una poesia che i tifosi interisti con qualche anno in più ricordano ancora a memoria. Siamo nella metà degli anni ‘60 e la squadra di Helenio Herrera si appresta a diventare la “Grande Inter”. Tre scudetti tra il ‘62 e il ‘66 – compreso il decimo, quello della stella – due Coppe dei Campioni consecutive, la prima nella stagione 1963/64, la seconda l’anno successivo e altrettanti successi in Coppa Intercontinentale. Il ciclo, tanto vigorso quanto breve, si chiude mestamente a Mantova il primo giugno 1967 con la papera del numero 1 nerazzurro e relativo sorpasso dei rivali juventini.

Alla prima sbornia morattiana succedono vent’anni con ben poche soddisfazioni per i milanesi. L’undicesimo tricolore nel 1970/71, Coppa Italia ‘78, ancora scudetto (1979/80) e un’altra coppa nazionale nel 1982.

Inter ’88/’89: la stagione dei record

Ci vuole quindi tutta la pragmaticità di un condottiero come il Trap per forgiare una compagine che possa lasciare la propria indelebile firma nel libro dei ricordi. L’estate è quella del 1988 e il presidente Ernesto Pellegrini, imprenditore nel ramo del catering, rivoluziona mezza squadra con i teutonici Brehme e Matthäus, le ali Berti e Bianchi oltre al centravanti Diaz.

I viscontei guidati dal capocannoniere Serena (22 bersagli grossi in stagione) festeggiano con 4 giornate d’anticipo e a fine campionato conquistano 58 punti su 68 disponibili, di cui 11 di margine sul Napoli di un certo Maradona. Ciliegine sulla torta, il miglior attacco e la difesa, guidata dall’uomo ragno Zenga, risulta essere la meno perforata del torneo.

Un lungo digiuno

L’estate successiva l’Inter alza la Supercoppa Italiana entrando così nel decennio – gli anni ‘90 – che certifica la pazzia dell’ambiente nerazzurro. Un tris di successi europei, tutti in Coppa Uefa ma anche lo spauracchio retrocessione nella primavera del ‘94 (con la squadra che raggiunge “la matematica” solo all’ultimo turno). L’acquisto del “Fenomeno” Ronaldo che sbarca sui Navigli per l’allora cifra record di 48 miliardi di lire ma anche una lunga collezione di bidoni e di castronerie sportive, come le frettolose bocciature di Roberto Carlos e Pirlo.

L’energia negativa di fine secolo condiziona anche i primi anni del nuovo millennio. I milanesi continuano a scialacquare euro – che nel frattempo ha sanguinosamente preso il posto della valuta nazionale – e a collezionare delusioni. Maggio è particolarmente indigesto. Il giorno 5 del 2002 all’Olimpico di Roma si consuma un perfetto suicidio calcistico, il 13 della stagione successiva si completa il dramma sportivo con il doppio pareggio nel derby meneghino che vede i cugini del Milan strappare il pass per la finale Champions di Manchester grazie alla regola del gol fuori casa.

Altra abbuffata Inter, altra indigestione

Di lì a poco però scoppia l’imprevisto uragano “Calciopoli” che per almeno un lustro ridisegna gli equilibri del pallone italico. Il centro calcistico non viaggia più sull’asse Torino-Milano, ma su quello Milano-Roma. I noti fatti di giustizia sportiva condannano la Juve alla B, il Milan a una pesante penalizzazione e assegnano all’Inter lo scudetto 2005/06. A quel titolo (simbolico per i nerazzurri, di cartone per gli avversari) ne succedono altri 4 consecutivi. Più una manciata di trofei nazionali e, soprattutto, la conquista della coppa dalle grandi orecchie nel 2010. A chiudere il ciclo, la Tim Cup del 2011.

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E come nella più divertente delle montagne russe, una volta raggiunta la cima le repentine discese riportano l’Inter di nuovo in basso. 10 anni, 10 allenatori, 6 volte fuori dalla massima competizione continentale, 3 presidenze diverse, zero “tituli”.

La grande bruttezza

Prendiamo in considerazione le vicende delle tre squadre più titolate d’Italia. Se quelle juventine sono contraddistinte da una certa continuità e quelle milaniste da una minore irregolarità – il 60% dei trofei è figlio del trentennio berlusconiano – le gesta nerazzurre raccontano invece di grandi imprese e di altrettante rovinose cadute.

Nonostante le critiche piovute circa la qualità del gioco espresso dagli uomini di Conte, gli ultimi mesi dicono che l’attuale versione è impostata sulla modalità “schiacciasassi”. Considerando i 5 maggiori campionati continentali, la media punti è la più alta d’Europa e le 11 vittorie di fila dall’inizio del girone di ritorno sono un record nell’era dei tre punti. Handanovic, Skriniar, De Vrij, Bastoni, Hakimi, Barella, Brozovic, Eriksen, Perisic, Lukaku, Lautaro. Il bel gioco forse latita, ma probabilmente i tifosi dell’Inter hanno trovato un altro “undici” da riportare sui libri di storia.

Marco Battistini

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