ulivieri1Firenze, 13 apr – “A parte l’Italia, esultavo solo per l’Unione Sovietica. Tanti calciatori sedotti da Mussolini? Io ho il busto di Lenin, ma rivendico il diritto degli altri a pensarla diversamente”.

L’ex allenatore di serie A Renzo Ulivieri, attualmente presidente dell’Associazione italiana allenatori di calcio e coordinatore di Sinistra Ecologia e Libertà nel comune toscano di San Miniato, sorprende tutti coloro che ne hanno seguito la storia professionale e politica. Candidato al Senato per le politiche del 2013, Ulivieri è stato in questi giorni protagonista di una polemica con il sindaco di San Miniato, reo di aver tolto le due lapidi relative alla strage del 22 luglio 1944. La prima era stata collocata nel 1954 ed accusa l’esercito nazionalsocialista del misfatto, la seconda è più recente, risale al 2008, ed afferma che la strage fu provocata da una cannonata dell’esercito americano.
“Che cosa mi ha dato noia della rimozione delle lapidi? Io penso che la memoria vada tutelata. Quelle lapidi non sono cassonetti che si prendono e si buttano via. Dietro c’è storia, dolore, sangue”, questo l’Ulivieri pensiero.

Raggiunto da Il fatto quotidiano, l’ex allenatore non ha solo parlato della vicenda legata al suo paese natio, San Miniato appunto, ma ha raccontato molte vicende della sua storia personale.
Partendo dalla visita alla Romania comunista nel 1978: “lì ho incontrato Stefan Kovács, uno dei profeti del calcio totale, aveva il compito di controllare che tutte le squadre rispettassero le indicazioni governative, gli ispettori della Federazione avevano il compito di controllare i sistemi di allenamento e di gioco”. L’allenatore ha raccontato di quando andava “a vedere le partite dell’Unione Sovietica alla Casa del Popolo di San Miniato, tra sigarette e vino”, emozionandosi con l’inno e con i compagni russi schierati, “esultavo per l’Urss – ha specificato – ma solo dopo l’Italia”.

Ulivieri ha garantito di non aver mai avuto problemi nel calcio a causa delle sue idee politiche “anche perché non ho mai tolto nulla al lavoro. Fuori frequentavo e frequento i miei luoghi, magari la Casa del Popolo, un circolo Arci. D’altronde – aggiunge – c’è stato un momento nel quale essere di sinistra andava di moda“.
Ed è a questo punto che il comunista cresciuto nella Toscana rossa e integralista del dopoguerra sorprende i suoi fans: “Ci sono giocatori, come Abbiati, sedotti dal Ventennio? E allora? Io ho il busto di Lenin, ma rivendico il diritto degli altri a pensarla diversamente, certo proverei a convincerlo dell’errore. Comunque me ne sono capitati tanti, e con tutti ho discusso”.

Non poteva mancare una battuta su Roberto Baggio, ai tempi di Bologna bistrattato dall’allenatore toscano: “È stato un giornalista a farmi comprendere il mio errore. A fine della prima stagione senza Roberto Baggio, in una delle nostre  discussioni, gli portai un prospetto con i numeri che raccontavano di due gol in più rispetto all’anno precedente. Egli mi rispose che avevo ragione, ma che un gol di Baggio ne valeva otto rispetto a quelli realizzati da Paramatti e Nervo, con una rete di Baggio si può scrivere una pagina di giornale, un gol di Nervo si sintetizza in due righe – e continua – Io volevo una squadra proletaria, dove realmente ci si sacrificava per il compagno, volevo un collettivo”. Baggio era la poesia, era la bellezza, era un talento che non si poteva ingabbiare. Per questo non era gradito all’Ulivieri comunista di allora, che, tornando indietro, forse, non farebbe lo stesso errore.

Renato Vinciguerra

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