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Roma, 27 giu – Per il signor Cosini, protagonista del romanzo “La coscienza di Zeno”, l’ultima sigaretta è un’esperienza piacevolissima. Ha un sapore diverso da tutte le altre, in quanto sa di non poter fumarne più. Per noi che non supereremo mai quella fase ad avere un richiamo differente, possiamo dire romantico, è tutto ciò che riporta il pallone a una dimensione meno commerciale. Ad esempio, l’ultima edizione della Coppa dei Campioni. Dalla stagione 1992/93 l’Uefa opta infatti per una nuova denominazione e per un diverso formato, cambiamento dovuto anche a motivi geopolitici. Con la dissoluzione di Jugoslavia e Unione Sovietica si verifica un consistente aumento delle squadre aventi diritto a iscriversi alla massima competizione continentale, in quanto vincitrici dei rispettivi campionati nazionali.



Ai nastri di partenza della stagione 1991/1992 l’italiana che ha nel taschino l’invito al gran ballo della coppa dalle grandi orecchie è l’esordiente Sampdoria, fresca campione d’Italia. La squadra pazientemente costruita dal patron Mantovani – nel decennio 1981/1991 acquista alla spicciolata Vierchowod, Mancini, Pari, l’altro gemello del gol Vialli, Mannini, Pagliuca, Invernizzi, Lombardo, Bonetti, Buso – risulta essere ormai una realtà calcistica perfettamente consolidata e collaudata.

La stagione dei campioni d’Italia della Sampdoria

L’annata blucerchiata inizia nel migliore dei modi, con il successo in Supercoppa (1-0 firmato Mancio, l’attuale c.t.) contro quella Roma che solo qualche mese prima ha alzato la Coppa Italia battendo in finale proprio la compagine genovese. Nonostante un organico di tutto rispetto in campionato il cammino è però altalenante: il 6° posto finale è al di sotto di ogni aspettativa. Il traguardo della coppa nazionale sfugge ancora, questa volta in semifinale. E’ il Parma – che vincerà poi il trofeo – a eliminare i doriani, ma solamente dopo i tempi supplementari della gara di ritorno.

Note positive giungono invece dall’Europa che conta. Superato agevolmente il primo turno (doppia vittoria, 5-0 e 1-2 al malcapitato Rosenborg, la più importante squadra norvegese) e con qualche difficoltà in più il secondo (il Kispest Honvéd di Budapest si impone all’andata per 2-1 ma cade a Genova 3-1), la penultima fase – quella a gruppi – vede la Sampdoria nel girone con Anderlecht, Panathinaikos e Stella Rossa. Il primo posto spalanca le porte del leggendario stadio di Wembley, teatro in cui si giocherà la finale dell’ultima Coppa dei Campioni.

Uno scontro equilibrato

Nella cornice londinese di fronte ai blucerchiati c’è il Barcellona, già affrontato 3 anni prima in un’altra sfortunata finale (Coppa delle Coppe 1988/89: i blaugrana si imposero a Berna 2-0). Nel triennio che intercorre tra le due gare, a differenza dei campioni d’Italia, gli spagnoli allenati da Crujiff hanno cambiato pelle – su tutti gli acquisti di Stoichkov e Michael Laudrup – iniziando un percorso calcistico che negli anni avrebbe portato i catalani più volte sul tetto d’Europa. Dal canto loro i doriani sono all’apice del ciclo, che oltre allo scudetto ha visto questa fazione di Genova alzare tre volte la Coppa Italia e una Coppa delle Coppe.

Davanti alle grandi qualità individuali di Guardiola e soci la compagine italiana si difende in maniera ordinata senza pagare lo scotto emotivo della prima volta. Se inizialmente la gara si contraddistingue per l’attenzione ad ogni proposta tattica dell’avversario, nel primi minuti del secondo tempo il copione sembra saltare. Tra il 46’ e il ‘50 Pagliuca si supera per 3 volte, ma l’assalto blaugrana si rivela un fuoco di paglia. Anzi, è Vialli – imbeccato dal motorino della fascia destra Attilio Lombardo – a sprecare una grandissima occasione a distanza ravvicinata da Zubizarreta.

Da lì al ‘90 un’occasione per parte. L’unica falla difensiva dei doriani – un contropiede concesso – porta al palo di Stoichkov, una giocata di Mancini smarca il gemello col numero 9 sulle spalle che davanti al portiere avversario non centra il bersaglio grosso. La finale è quindi nel segno dell’equilibrio, anche nei supplementari. Almeno fino al minuto 111′, quando il tedesco Schmidhuber fischia a Invernizzi un contestatissimo fallo al limite dell’area. Koeman, con una fucilata tremenda, trasforma in rete il dubbio calcio da fermo. Dopo due finali perse per il Barcellona è il primo trionfo in Coppa dei Campioni.

Non solo le “grandi”

Quella della Sampdoria è la storia di un’altra italiana vicinissima al maggiore traguardo europeo. Decisioni arbitrali poco limpide, qualche particolare non curato nel minimo dettaglio (nello specifico oltre alla scarsa precisione sotto porta, il passo a sinistra fatto dal numero 1 doriano in occasione del gol) la dea bendata che forse si è girata dall’altra parte. Non è nostro intento piangere sul latte versato, anzi. Ma se dal passato possiamo imparare qualcosa, quel 20 di maggio deve insegnarci che se il nostro movimento calcistico nazionale vuole tornare a correre – e a competere in campo continentale – ha bisogno di tante frecce nel proprio arco, in modo da poter elevare più realtà possibili. Altroché superleghe.

Marco Battistini



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