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Roma, 26 nov – Palleggia. Palleggia con la pelota. Palleggia con un’arancia. Palleggia quel bambino che sogna di vestire la maglia dell’Argentina, che sogna di vincere il mondiale con l’albiceleste. Lo farà, lo farà nel 1986 come solo i padroni del pallone hanno saputo fare. George Best, scomparso anche lui il 25 novembre di quindici anni fa, in un’Irlanda del Nord contro l’Olanda, correva l’anno 1976, prese il pallone e puntò Johan Cruyff. Lo dribblò e gli disse: “Tu sei il più forte, ma solo perché io non ho tempo”. Diego Armando Maradona invece ebbe tempo, tutto il tempo del mondo. Per incantare vestito di Boca, Barcellona e poi Napoli. Alla celebrazione del primo scudetto partenopeo qualche buontempone, con lo stile beffardo narrato alla perfezione da Curzio Malaparte ne La pelle, scrisse fuori da un cimitero alle pendici del Vesuvio: “Non sapete cosa vi siete persi”.

Maradona e il gol su punizione alla Juve

Cinquant’anni dopo Yukio Mishima, che bestemmiava contro la vita invocando l’eternità, le carezze al cuoio della Mano de Dios rimarranno impresse a imperitura memoria. Come il 3 novembre 1985. Il Napoli ospita la Juventus. La giornata è la nona del girone d’andata. A diciotto minuti dal termine gli azzurri hanno una punizione a loro favore in area bianconera. Eraldo Pecci, nella sua unica stagione all’ombra del San Paolo, è sul pallone. Non vuole passare la palla a Maradona, la barriera è a cinque metri. Nessuno può calciare in porta da lì. Il dieci diventa serio, la palla deve andare a lui. Pecci si piega e tocca il pallone, la barriera piemontese avanza, ora solo il genio può. E il genio fu. Maradona sferza la palla, velluto d’interno sinistro. La sfera si alza e gira, gira e gira. D’un tratto scende, si infila nel sette con Stefano Tacconi che nulla può, si arrende mentre il suo volo plastico finisce sul prato verde.

“Se io fossi Maradona vivrei come lui”

Enrico Ameri, intanto, racconta all’Italia il miracolo campano. 1-0 per i padroni di casa al fischio finale. Vedi Napoli e poi muori, ma Napoli è oltre i sette colori di Robert Brasillach. Napoli è la festa che finisce con la morte, che si spegne nel lampo di una notte. Napoli è la rivoluzione che non potrà mai essere un pranzo di gala. Manu Chao, in una ieratica scena della pellicola Maradona di Kusturica, canta: “Se io fossi Maradona vivrei come lui”. La chitarra suona sempre più solenne, appoggiato al muro accompagnato da un altro musico grida al vento davanti a un Diego visibilmente commosso nonostante gli ampi occhiali neri: “Se io fossi Maradona perso chissà dove”, nel gesto di un fiore che si spezza lanciato in contropiede contro l’Inghilterra schierata a difesa del fortino. Come alle Malvinas, vinti in un campo polveroso che s’illumina per sempre.

Lorenzo Cafarchio

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