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L’Euro, la finanza, il debito: alla ricerca della Sovranità perduta

by La Redazione
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Sovranità euro debito crisiRoma, 20 giu – I segnali di declino del sistema Italia sono evidenti ormai da molto tempo; le cause sono diverse ma a nostro parere la  radice dei problemi è la perdita della sovranità, con la cessione delle scelte di politica economica, prima monetaria e poi fiscale, dovute all’adesione senza deroghe all’euro. Già nel 1961 Robert Mundell, premio Nobel per l’economia, scriveva, sull’American Economic Review, che quando paesi strutturalmente diversi decidono di adottare una moneta unica, se sorgono problemi come una recessione mondiale, venendo meno la flessibilità del cambio valutario, nel paese in maggiori difficoltà diminuiranno i salari: in altre parole un’area valutaria ottimale deve presentare i requisiti di perfetta flessibilità dei prezzi e dei salari e la perfetta mobilità dei fattori di produzione. Ma l’aggiustamento dei prezzi e dei salari, che dovrebbe far ripartire l’economia grazie all’export, uccide la domanda interna prima di riuscire a rilanciare quella estera in una modalità pro ciclica recessiva. Nicholas Kaldor nel 1971: “è un errore pericoloso credere che l’unione monetaria ed economica possa precedere un’unione politica o che possa agire come un lievito per lo sviluppo di un’unione politica della quale non sarà comunque possibile fare a meno nel lungo periodo. Infatti, se la creazione di un’unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci nazionali provocasse pressioni portando al crollo del sistema, l’unione monetaria avrebbe impedito anziché promosso lo sviluppo di un’unione”. E ancora nel 2006 Noriel Rubini scriveva: “come l’Argentina, l’Italia affronta una crescente perdita di competitività dovuta ad una moneta sopravvalutata con rischio di caduta delle esportazioni e crescita del deficit di parte corrente. Il rallentamento della crescita peggiorerà deficit e debito pubblico e lo renderà potenzialmente insostenibile nel tempo. E se la svalutazione non può essere usata per ridurre i salari reali, la sopravvalutazione del tasso reale di cambio sarà annullata attraverso un lungo e penoso processo di deflazione di salari e prezzi. La deflazione però manterrà alti i tassi reali e renderà più acuta la crisi di crescita e di bilancio. Senza le necessarie riforme il circolo vizioso della stagdeflazione imporrà all’Italia l’uscita dall’euro, il ritorno alla lira ed il ripudio del debito in euro”.

Scrive poi recentemente Alberto Bagnai, in “Il tramonto dell’Euro” (2013): “Da undici anni a questa parte nel nostro paese stanno affluendo capitali per finanziare l’eccesso di importazioni. Come tutti gli osservatori qualificati riconoscono, proprio l’accumulazione del debito con l’estero ha giocato un ruolo essenziale nella crisi che stiamo vivendo…”.Inoltre col Fiscal Compact, Consiglio europeo 2012, che impone di fare quello che in dieci anni non era mai stato fatto, cioè prendere sul serio il parametro che fissa un tetto del 60% del rapporto debito/PIL, a fronte di un peggioramento del saldo delle partite correnti, una diminuzione drastica della domanda interna e degli investimenti, si riduce drasticamente anche la leva della spesa pubblica e si impone un regime fiscale che deprime ancora di più il sistema economico. “Oggi quello che si sta svalutando non è la valuta italiana che non c’è più ma sono tutte le attività finanziarie e reali del nostro paese, dai titoli del debito pubblico alle aziende“. (Bagnai, 2013). Infine, secondo Giuseppe Guarino, nel primo decennio di questo secolo c’è stato un vero e proprio golpe. Così scrive in “Un saggio di verità sull’Europa e sull’Euro” (2013): “Il 1/1/1999 un colpo di stato è stato effettuato in danno degli Stati membri, dei loro cittadini e dell’Unione (…). La sovranità degli Stati membri è stata vulnerata perché è stata loro sottratta la funzione da esercitarsi singolarmente e come gruppo di promuovere lo sviluppo dell’Ue e della zona euro con le proprie politiche economiche (…). Il golpe è stato effettuato a mezzo del regolamento 1466/97 (…). Il Tue fissa un obiettivo di sviluppo conforme al disposto dell’art. 2 il cui conseguimento è affidato alle politiche economiche di ciascuno degli Stati membri, ciascuna delle quali avrebbe dovuto tenere conto della specificità delle concrete condizioni della economia del proprio paese. Le politiche economiche avrebbero potuto utilizzare all’occorrenza l’indebitamento, nei limiti consentiti dall’art. 104 c) (…). Il regolamento abroga tutto questo. (…)  Le politiche economiche degli stati sono cancellate (…). All’obiettivo dello sviluppo è sostituito un risultato consistente nella parità del bilancio a medio termine (…)”. banche espropri

Prosegue Guarino: “Dal 1999 ad oggi sono trascorsi 15 anni. Le risultanze statistiche sono inequivocabili. “Italia, Germania, Francia, nei quattro decenni dal 1950 al 1991, con tassi medi del Pil pari rispettivamente a 4,36%, 4,05% e 3,86% (elaborazioni su dati omogeneizzati Maddison) risultavano nello sviluppo i primi tre Paesi democratici occidentali, precedendo Usa (3,45%) ed Uk (2,08%). Nei sei anni anteriori alla entrata in vigore del Tue (1987-1992) le medie, in conseguenza degli effetti costrittivi derivanti dall’ultima fase di attuazione del Piano Werner, risultarono rispettivamente del 2,68%, 2,05%, 2,91%. Sarebbero risultate superiori ai dati del sessennio della fase transitoria della omogeneizzazione (1,34%, 1,32%, 1,40%). Le medie complessive dei 15 anni successivi al 1/1/1999 sono state per i tre Paesi dello 0,38%, dell’1,36%, dell’1,38%. A partire dal 2000 in una graduatoria insospettabile (v. Pocket World in Figures dell’Economist, edizione 2013, pag.30) degli Stati con minore sviluppo nel mondo nel decennio 2000-2010 l’Italia figura come terza peggiore economia, la Germania come decima peggiore economia, la Francia come quattordicesima peggiore economia. Ancora più significativa è la presenza di dodici Stati europei, se consideriamo anche quelli dell’Unione, tra i primi trentacinque della graduatoria dei peggiori nel mondo! Si deve dedurre che il fattore cruciale ampiamente responsabile della depressione europea, e specificamente dell’area euro, deve avere cominciato ad operare poco prima l’inizio del nuovo millennio. (…) Fattore nuovo accertato nell’anno 1999, e/o nell’anno antecedente od in quello successivo, è l’immissione nei mercati dell’euro “falso” disciplinato dal reg. 1466/97, a partire dal 1/1/1999. Non possono esservi dubbi. Il reg. 1466/97 è causa prima ed unica del fenomeno depressivo in corso nei singoli Paesi e nell’intera area euro dal 1/1/1999 (…). La modifica introdotta dal reg. 1466/97 rispetto al Tue (Maastricht), sul piano formale, è consistita nella abrogazione di un diritto-potere, quello degli Stati di concorrere alla crescita con la propria “politica economica”, concorrendo così anche alla crescita dell’Unione, sostituendola con un obbligo, gravante sugli Stati, avente come contenuto il pareggio del bilancio a medio termine, da conseguirsi nel rispetto di un programma predeterminato.  Gli elaboratori delle norme non si sono resi conto delle conseguenze che sarebbero derivate dall’aver messo un “obbligo” al posto di un “potere”. Cancellando l’obiettivo della crescita, il reg. 1466/97 ha in realtà cancellato ogni attività politica nel sistema. Cancellando la capacità degli Stati membri senza deroga di compiere scelte autonome di politica economica finalizzata alla crescita, si è preclusa ai loro cittadini qualsiasi possibilità di influenzare le decisioni di politica economica, ai cui effetti vengono assoggettati. Alle materie economica e della moneta, nello stato attuale dei rapporti, va attribuito valore “prioritario”. Il reg. 1466/97, nell’intero ambito della politica economica e della gestione della moneta, ha soppresso il regime democratico. La situazione a fine 2013 è assolutamente diversa da quella a fine 1999. È impossibile il ripristino delle situazioni originarie. Tra gli effetti frutto della cumulazione e/o della integrazione nelle e tra le serie causali, si segnalano, tra le più significative, la produzione e la dispersione all’interno di ciascuno Stato membro di macerie, rappresentate da fattori distrutti o resi del tutto o parzialmente inutilizzabili. Sono i disoccupati giovanili, gli allontanati dal lavoro, i cassaintegrati, le imprese che hanno chiuso i battenti, la distruzione e il deperimento di strutture fisiche quali istituti di istruzione e culturali, musei, biblioteche, ospedali, istituti di ricerca, il deperimento del patrimonio storico ed artistico, la disfunzione nei servizi pubblici di carattere tecnico, e più in generale nelle amministrazioni pubbliche. E così via”.

Naturalmente in questo vuoto di potere – dovuto alla grande recessione esplosa nel 2008, alla cessione delle sovranità nazionali a seguito dell’adozione della moneta unica ed alle conseguenti miopi idolatrie del pareggio di bilancio, all’assenza di politiche economiche per lo sviluppo ed all’eccesso di politiche fiscali pro-cicliche depressive, e non ultimo alla povertà spirituale ed intellettuale dell’attuale classe dirigente – sta prosperando la speculazione finanziaria dei pochi a danno dei tanti.  La politica dell’indebitamento permanente ha puntato a costruire stili di vita con la finanza e la pubblicità, più che con l’educazione e la storia, stili che devono essere il più possibile omogenei, seguendo il prototipo del consumatore universale. Forse si conferma la teoria della biopolitica di Michel Foucault, ovvero il passaggio dalla società disciplinare, ove il dominio si crea tramite una fitta rete di dispositivi gestiti dalle istituzioni (Stato, famiglia…) che regolano usi, costumi e mezzi di produzione, alla società del controllo, ove i meccanismi di comando sono sempre più democratici, immanenti al sociale, distribuiti agli individui tramite sistemi di comunicazione e reti informatiche. Il meccanismo del debito costruisce costantemente, tramite la finanza, la comunicazione e la rete, nuovi desideri che devono essere accontentati, spesso con il debito stesso, che avidamente se ne ciba. La conseguenza è una moltitudine di indebitati alienati, sempre più soli, che pensano e agiscono condizionati da due principi: il desiderio ed il debito . Il lavoro non è che lo strumento per la soddisfazione dei cangianti desideri e il rispetto delle rate. E quando finisce il lavoro almeno per un po’ c’è il credito al consumo.

A questo proposito il sociologo Luciano Gallino nel suo recente libro “Il colpo di stato di banche e governi” scrive: “La crisi esplosa nel 2007‐2008 è stata sovente rappresentata come un fenomeno naturale, improvviso quanto imprevedibile: uno tsunami, un terremoto, una spaventosa eruzione vulcanica. Oppure come un incidente tecnico capitato fortuitamente a un sistema, quello finanziario, che funzionava perfettamente. In realtà la crisi che stiamo attraversando non ha niente di naturale o di accidentale. È stata il risultato di una risposta sbagliata, in sé di ordine finanziario ma fondata su una larga piattaforma legislativa, che la politica ha dato al rallentamento dell’economia reale che era in corso per ragioni strutturali da un lungo periodo. Alle radici della crisi v’è la stagnazione dell’accumulazione del capitale in America e in Europa, una situazione evidente già negli anni Settanta del secolo scorso. Al fine di superare la stagnazione, i governi delle due sponde dell’Atlantico hanno favorito in ogni modo lo sviluppo senza limite delle attività finanziarie, compendiantesi nella produzione di denaro fittizio. Questo singolare processo produttivo ha il suo fondamento nella creazione di denaro dal nulla vuoi tramite il credito, vuoi per mezzo della gigantesca diffusione di titoli totalmente separati dall’economia reale, quali sono i «derivati», a fronte dei quali – diversamente da quanto avveniva alle loro lontane origini – non prende corpo alcuna compravendita di beni o servizi: sono diventati di fatto l’equivalente dei tagliandi di una lotteria. (…) Il problema è che il denaro creato dal nulla può sì essere prontamente convertito in beni e servizi reali, ma altrettanto velocemente può scomparire in ogni momento, come avvenne con straordinaria ampiezza tra il febbraio e l’ottobre del 2008 (…). Basti annotare per ora, in primo luogo, che il potere di creare denaro è uno dei poteri fondamentali di uno Stato. Averlo lasciato da lungo tempo per nove decimi alle banche private, e averne anzi favorito con ogni mezzo l’espansione, è un vizio che sta minando alla base l’economia mondiale (…). In questo modo la politica ha attribuito alla finanza, non da oggi bensì da generazioni, un potere smisurato.
La crisi esplosa nel 2007 può essere definita come il più grande fenomeno di irresponsabilità sociale di istituzioni politiche ed economiche che si sia mai verificato nella storia. (…) L’elenco dei costi sociali della crisi comprende ovviamente altre voci. I tassi di povertà sono aumentati quasi ovunque. (…) Altri dati sono stati diffusi da Eurostat a fine 2012. Nel 2011 si annoveravano, entro la Ue a 27, 120 milioni di persone, un quarto della popolazione, a rischio di povertà o di esclusione sociale …”.

La crescita dell’indebitamento privato va di pari passo con la riduzione sia della ricchezza, sia del tasso di risparmio, ai minimi dal 1980. I motivi di questa tendenza li ha spiegati Ubs in un report del 2012: al fine di sostenere la crescita economica, imprese e famiglie si sono indebitate. “Anche a livello globale l’espansione delle economie negli u13460825_10209735064000219_1634648198_oltimi 25 anni, anche di più se si guardano nello specifico alcune aree, è stata trainata dall’indebitamento”. Come si deduce osservando i due successivi grafici, questo ha fatto sì che aumentasse notevolmente l’esposizione delle banche del cuore dell’eurozona verso i Paesi della periferia, tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi finanziaria. Il trasferimento di liquidità fra le due aree ha quindi creato squilibrio nell’indebitamento privato, amplificando anche quello presente nei Paesi del cuore dell’area euro. Più consumi, più debito. Nel 2010 il debito privato italiano è schizzato al 188,78% del Pil, nel 2005 era pari al 160%, per arrivare nel 2013 al 190% del Pil. Famiglie e imprese sempre più indebitate, ma anche sempre più strozzate dal credit crunch e dal fisco. L’aumento del debito privato italiano è dovuto alla recessione, che negli ultimi anni si sta trasformando in una stagnazione: imprese e famiglie sono state costrette a rivedere i singoli capitoli di euro sovranitàspesa, ma hanno anche fatto i conti con un aumento delle uscite, che hanno continuato ad alimentare il circolo vizioso del ricorso ai finanziamenti.  La restrizione del credito bancario ha costretto imprese e famiglie a utilizzare altri canali per l’erogazione di liquidità, come le società di prestiti al consumo. Considerato che, soprattutto nel caso dell’Italia, il primo ammortizzatore sociale è la famiglia, è stata erosa la ricchezza presente. Secondo l’analisi di Goldman Sachs, il tasso di risparmio delle famiglie italiane è ai minimi dal 1980 e la situazione continua a peggiorare. Il tasso, cioè la quota di reddito disponibile che gli italiani riescono a mettere da parte, è sceso a quota 10 per cento; era sopra il 20% nel 1980. La riduzione del livello generale dei prezzi, sintomo della debolezza della domanda interna, rischia di costringere le imprese a rivedere ben più di un piano industriale, amplificando la debolezza economica del sistema socio-economico italiano.

Gian Piero Joime

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