Roma, 12 feb – Per meglio comprendere le attività di controguerriglia e di rappresaglia della M.V.S.N. e del Regio Esercito nel teatro balcanico, oltre ai pochi esempi riportati nel precedente articolo, ci è sembrato opportuno riportare in questa appendice una piccola parte della documentazione sui crimini di guerra commessi in spregio delle leggi di guerra da parte dei partigiani comunisti di Tito. Ovviamente tale documentazione viene costantemente ignorata dai fustigatori dei crimini di guerra italiani, veri o presunti che siano. Nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME) sono raccolte testimonianze di barbarie commesse dai partigiani iugoslavi a danno dei soldati italiani, raccolte per disposizione del Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, Maresciallo d’Italia Giovanni Messe nel 1944- 45.

L’elenco dei crimini commessi dai partigiani slavi contro militari italiani, costituisce il Fondo H8 Crimini di guerra, D/6 crimini commessi da jugoslavi dell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito[1].

Tra le decine di testimonianze, citiamo come esempio quella del sergente maggiore Olinto Luisi:

Il 2 agosto 1942 in un attacco da parte di elementi partigiani ad una nostra autocolonna che trasportava internati civili a Fiume, venne ucciso il tenente cappellano Don Pettenghi Giovanni di Pavia, il quale, in adempimento del suo ministero, si recava ad un presidio militare del 311° Reggimento di Fanteria[2]. Il cappellano presentava parecchi colpi di pugnale nel petto e un colpo di arma da fuoco alla tempia, nonostante avesse ben visibile il segno della croce rossa sul petto della giacca. Il 26 agosto nei pressi di Cerquinizza (Sussak) vennero uccisi alcuni militari appartenenti al 5° Raggruppamento Guardia alla Frontiera. Tutti i militari vennero rinvenuti nudi ed in parte bruciati. Per rappresaglia vennero fucilati sul luogo alcuni partigiani, contemporaneamente rastrellati da una compagnia di arditi che si trovava a passare sul luogo a distanza di una decina di minuti.

Nel testo si fa menzione della morte del cappellano del 311° fanteria Casale. Nel corso della stessa azione rimase gravemente ferito da un proiettile esplosivo Francesco Pracucci, una Camicia Nera scelta cesenate del battaglione Squadristi Emiliano; quando un suo camerata lo esortò a ritirarsi per farsi medicare, rispose fieramente: Me an toran in drì! Io non torno indietro! e, tamponata alla meglio la ferita con i lembi della camicia nera, si lanciò all’arma bianca contro le postazioni dei partigiani. Venne ferito una seconda volta e cadde svenuto sopra un mitragliatore nemico. Fu catturato, e legato ad un palo dai titini. Per tutta la notte Pracucci venne torturato e le sue carni mutilate con il suo stesso pugnale. Fu accecato ed evirato, ebbe mozzi naso e orecchie; venne finito solo all’alba.

Venne decorato con la Medaglia d’Argento alla memoria: Durante aspro combattimento contro forze ribelli, ferito gravemente, rifiutava ogni soccorso e, medicatosi sommariamente da solo, persisteva nella lotta. Esaurite le munizioni, si lanciava alla baionetta contro le postazioni avversarie. Ferito nuovamente, e catturato dai ribelli spirava, dopo aver sopportato stoicamente crudeli torture.

Dalla Relazione del Generale d’Armata Mario Roatta, comandante della 2a Armata: In maggio 1942 nella zona di Lastva (Trebinje), formazioni alle dipendenze di certo Sava Kovacevic martoriarono e seviziarono i militari italiani della colonna del tenente colonnello Raffaelli. Principale autrice di tali scempi risultò essere stata certa Vukusova Sakotic, già maestra elementare a Lastva. Essa, dopo essere stata catturata, fu accusata da tale Petrovic, di Viluse, che produsse una documentazione fotografica di evirazioni e dei crimini compiuti dalla Sakotic su elementi italiani e cetnici. La Sakotic confessò: nella zona di Mosko, nell’estate del 1942, furono recuperate salme di militari del 4° Bersaglieri della scorta del generale Amico, i cui resti (crani fracassati, membra mutilate, ecc.) dimostravano che essi erano stati vittime di sevizie. Dette salme riposano ora nel cimitero di Bileca e portano la scritta “Soldati ignoti” avendo i partigiani asportato con il vestiario anche ogni oggetto che potesse farli identificare.

Sempre in Erzegovina e in detta estate 1942, 16 soldati italiani furono evirati da una giovane donna, studentessa di medicina, sorella di un capo locale; nel villaggio di Zcork (zona Liubromir-Stlad) a 3 chilometri circa dal paese; il 13 settembre 1942, furono recuperate 23 salme di camicie nere impalate. Attese al recupero delle salme il tenente Scortacagna Luigi, il cappellano della 90a Legione e un gruppo di cetnici di Bileca.

Il 19 ottobre dello scorso anno, lo stesso ufficiale rinviene a Prozor le salme di un ufficiale e due soldati italiani pure impalati. Alla riesumazione erano presenti anche il tenente medico dottor Carugo del 259° Fanteria e un altro ufficiale a ciò delegato dal generale Chersi. Si noti bene che i fatti citati non sono avvenuti all’inizio, ma nell’estate e autunno 1942, ossia quando le formazioni ribelli avevano già assunto un’organizzazione quasi regolare. […]

Nel febbraio 1943, sulla piazza di Jablanica (Erzegovina) una delle formazioni partigiane ha fucilato 21 ufficiali della divisione Murge catturati poco prima in combattimento. Il colonnello Molteni è stato ucciso, in detta piazza, con un colpo di pistola dal capo della formazione. E poiché non si trovava un ufficiale della sussistenza, che risultava dalla lista del presidio caduta in mano ai partigiani, questi annunciarono che avrebbero fucilato al suo posto 20 soldati. L’ufficiale che si era nascosto, avendolo saputo, si presentò senz’altro, ma malgrado questo suo esemplare contegno, venne anch’esso fucilato. Le salme del colonnello Molteni e di altri ufficiali furono recuperate dopo la rioccupazione di Jablanica dal cappellano della 259° Fanteria, padre Giuseppe de Canelli, che le rinvenne; quella del colonnello Molteni squartata, sepolta in una fossa comune con alcuni soldati e i quadrupedi morti del presidio.

Dalla Relazione stesa dal generale Alessandro Pirzio Biroli, Governatore Militare del Montenegro:

E’ notorio che le formazioni ribelli non provvedano non solo al provvedimento dei nostri prigionieri, ma ad essi toglievano vestiario e calzature obbligandoli a marciare e vivere sulle pietraie montenegrine spesso costretti a portare carichi; insomma esponevano gli italiani catturati in combattimento alle più tremende e indicibili sofferenze, aggravate dall’inclemenza del clima, così che frequenti furono i casi di morte di essi per inedia e abbandono.

Venne perfino acconsentito alla richiesta nemica per l’invio di coperte e periodico di viveri pei prigionieri italiani, date le loro disgraziate condizioni di assistenza. Purtroppo avveniva spesso che sugli invii i partigiani facessero man bassa, lasciando i nostri soldati in condizioni sempre miserevoli, senza alcun senso di pietà e di compassione per tanto martirio. Quasi che questi sistemi barbari non bastassero, bene spesso i prigionieri addirittura soppressi, fucilandoli o pugnalandoli e gettandone le salme nelle profonde fosse carsiche per cancellare ogni traccia dei loro misfatti. […]

Ricordarsi il caso di ben 136 nostri prigionieri compresi 10 ufficiali ed alcuni sottoufficiali (in parte catturati dai partigiani in Croazia al VI Corpo d’Armata), che spogliati e costretti a marciare a piedi scalzi per parecchi giorni vennero prima proposti per uno scambio di altrettanti comunisti e poi, mancando alla parola data e accettata dal Governatore, trasferiti sulle montagne dei Piperi, a nord di Podgorica, e barbaramente trucidati e gettati nella foiba di Radovec presso Gostilje, profonda oltre 75 metri.

Vennero allora fucilati a Podgorica per rappresaglia dinanzi al presidio italiano cinquanta ribelli catturati con le armi in mano. Non fu possibile recuperare alcun corpo degli infelici di Radovec nonostante ogni sforzo, al punto che per evitare l’esalazione dei cadaveri intanati in fondo alla voragine, dovette essere murato lo sbocco di apertura, sulla quale fu posta una lapide ricordo con la data dell’eccidio.

Testimonianza del maggiore Roberto Zorzi:

Marzo 1942 — pattuglia Guardia alla Frontiera comandata dal sottotenente Ambrosio di sorveglianza alla linea ferroviaria del tratto Rudopolje-Javornik assalita e sopraffatta; i feriti venivano denudati e sgozzati.

Maggio 1942 — tenente Gora del mio stesso reggimento: viaggiava per servizio nel tratto di ferrovia Perusio-Vrhovine. Il treno, in seguito ad azione partigiana, deviava rovesciandosi ed il tenente Gora rimasto impigliato con le gambe nei rottami veniva barbaramente trucidato e sgozzato.

Settembre 1942 — Combattimento di Perjasica: un centinaio circa di feriti alle gambe e alle braccia venivano dalle donne e dai ragazzi, denudati, seviziati, privati degli occhi, evirati e sgozzati. In un ferito alle gambe contai 31 pugnalate alla testa.

Maggio 1943 — presidio di Brlog: sopraffatto dopo 3 giorni di lotta, i feriti venivano evirati e lasciati bruciare tra le case date alle fiamme dai partigiani. Un gruppo di alpini furono trovati sulla strada denudati, seviziati, privati degli occhi ed evirati. 23 giugno 1943 — Sella di Prokike: un gruppo di partigiani infiltratosi nelle nostre linee sgozzava e denudava 5 feriti già in barella. Quanto sopra è stato personalmente da me controllato, ma mille episodi del genere sono avvenuti nella campagna iugoslava. 

Dalla testimonianza del generale Paride Negri, comandante della 154 a divisione di fanteria Murge:

Quando io, dopo qualche giorno, mi trovai sul posto, trovai vari nostri morti nudi con l’elmetto in testa e il sottogola abbassato, così combinati per macabro sfregio; tre altri cadaveri di soldati, nudi anch’essi, avevano un’orrenda spaccatura nell’ano, riempita di terriccio e sassi. Il tenente colonnello Metelka ebbe (secondo testimoni oculari) mozzate le mani e, così straziato, dovette fare una passeggiata dimostrativa in Dreznica avanti ai partigiani sghignazzanti: macabra scena troncata dalla morte dell’ufficiale sopravvenuta per dissanguamento totale.

Dalla testimonianza del generale Petronilli:

Il giorno 18 ottobre 1941, sulla strada Podgorica-Berane, nelle vicinanze di Bioce, venne attaccata una colonna di 35 autocarri, e distrutta; i conduttori, pressoché inermi vennero massacrati e coloro che scamparono alla morte vennero fatti prigionieri e adibiti ai trasporti giornalieri dei rifornimenti al seguito dei reparti ribelli. Scarso il vitto, affranti dalla stanchezza e dai patimenti essi vennero in parte uccisi con revolverate nella nuca, quando non erano più in condizioni di lavorare. Ciò venne testimoniato da alcuni dei prigionieri automobilisti che riuscirono ad evadere e raggiungere le nostre linee.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

NOTE

[1]Cfr. http://www.esercito.difesa.it/storia/Ufficio-Storico-SME/Documents/150312/H-8-Crimini-di-guerra.pdf

[2]Si riferisce all’attacco contro il convoglio scortato dagli squadristi del battaglione Emiliano a Jakow Breg di cui si è parlato precedentemente.

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4 Commenti

  1. Che dire, non ci sono molte parole da spendere, perché proprio di fronte a queste atrocità comprendi come alcuni popoli siano lupi e altri agnelli…….a noi i piddini ci hanno fatto diventare pecore…….ma alcune tartarughe sono assai impazienti e non sono quelle ninja….. A forza di riempirci di stronzate retoriche sulle meraviglie del comunismo qualcuno pensava di aver a che fare con un branco di idioti…. ma……alle loro cazzate non crede più nessuno , né a quelle passate,o presenti e ritengo anche future. Onore agli arditi.

  2. “Per rappresaglia vennero fucilati sul luogo alcuni partigiani, contemporaneamente rastrellati da una compagnia di Arditi che si trovava a passare sul luogo a distanza di una decina di minuti…”

    Das ist Fantastisch !
    doch die Freude wird durch eine innere Unruhe getrübt…

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