Gli intellettuali organici e quella separazione fra élites e popoli

cohn-bendit intellettuali organiciRoma, 19 mar – E così pare che nel Pd qualcosa che ricordi molto da vicino il vecchio Pci è rimasto, e ne saranno molto felici i nostalgici. Al Lingotto abbiamo infatti potuto assistere all’esibizione dei vecchi e cari (a sinistra) intellettuali organico di partito, o se è concesso un francesismo, delle baldracche di regime. Beppe Vacca, Biagio De Giovanni e Massimo Recalcati sono solo gli ultimi di questa nutrita schiera che la nostra tradizione nazionale ha da sempre allevato, coccolato e vezzeggiato. Il compianto filosofo marxista Costanzo Preve aveva correttamente individuato nell’intellettualità di sinistra niente di meno che il clero del capitalismo post-borghese, ed arrivava addirittura a distinguere fra un clero regolare (gli accademici) ed un clero secolare (i giornalisti).

Non si pensi, comunque, che quello degli intellettuali sia un problema esclusivamente italiano. Andiamo in Germania, e prendiamo colui che ha fatto dell’elogio sperticato verso il potere, verso il conformismo e verso il mercato la sua sola ed unica (nonché lautamente retribuita) ragione di vita, quel Peter Sloterdijk che fin da giovane ha profuso una energia incredibile per convincere tutti i suoi (numerosissimi) lettori che quello liberalcapitalista è il migliore dei mondi possibili. Da “Critica della ragion cinica”, in cui la storia della filosofia viene riletta come una successione di palloni gonfiati servi del potere a cui contrapporre l’anarchia antisociale di Diogene a “La mano che prende e la mano che dà” dove riprende la vecchissima idea libertarians di sostituire alle tasse il contributo volontario dei ricchi, la spaccia per sua (ed ha buon gioco vista l’ignoranza economica dell’europeo medio) e vi costruisce sopra un antistatalismo becero e bovino che farebbe impallidire Margaret Thatcher. Non va meglio con altri titoli più specificatamente didattici come “Devi cambiare la tua vita”, che suona spaventosamente simile allo spot di una macchina, in cui si insegna a livello pratico come conformarsi al mondo e rinunciare definitivamente ad ogni prospettiva rivoluzionaria. Che diamine, se il mondo ti sembra sbagliato, sei tu che hai un problema, micca il mondo.

Meglio non va alla Francia, dove il concetto di “intellettuale” è stato definitivamente sputtanato nel maggio del 68 e concretamente è destinato ad estinguersi. Da una parte c’è il paese reale, che “vive e lavora” e che ha un codice definito, sebbene non scritto, di norme, comportamenti, moralità e priorità; dall’altra c’è il paese legale, quello rappresentato dall’intellighenzia dominante, fatto di norme estranee od ostile all’uomo della strada. La separazione fra élite degli intellettuali e popolo è stata in Francia più traumatica e netta di altre parti proprio perché è iniziata prima, con la defenestrazione di de Gaulle da parte della teppaglia libertina di Daniel Cohn-Bendit, che ora siede al parlamento europeo e ci dà lezioni di moralità.

In questo divorzio tra élite degli intellettuali e popolo sta anche quello, di recente rilevato da un altro autore francese, Jean Claude Michea (anche lui, come Preve, eretico marxista), tra “sinistra” e “socialismo” che spesso vengono inopinatamente confusi. La sinistra è una forza legata all’illuminismo, tendenzialmente elitista come dimostra la spocchia dei vari Eco e Scalfari, ciecamente legata al concetto di “progresso” in una palingenesi storica che mescola elementi escatologici di matrice giudaico-cristiana con una formale e sostanziale acquiescenza nei confronti del potere; il socialismo invece è la volontà di perseguire il benessere della maggioranza, ovvero dei lavoratori autonomi e subordinati, traducendo in atti politici l’atavico sistema di valori popolare. La sinistra e il socialismo, che in Europa hanno dovuto convivere forzatamente per varie ragioni che è inutile rammentare in questa sede, oggi stanno consumando la loro scissione in modo vistoso e rumoroso, con la sinistra che parteggia per le élites e il popolo che rivendica rappresentanza attraverso il socialismo, ancorché gretto, muscolare e spesso contradditorio, dei cosiddetti populisti.

Questo è ovvio, del resto: in un sistema di mercato, anche la mente umana è una merce, che può essere venduta al miglior offerente. È difficile fare carriera al Corriere o su Repubblica se esprimi opinioni non allineate. È difficile vincere il premio Strega o ambire a cattedre prestigiose se hai personalità. È difficile andare in televisione a sputare sentenze su tutto e tutti se sei un uomo e non un intellettuale, viscida razza di eunuchi di corte.


È compito del lettore trovare strumenti per difendersi dall’asfissiante propaganda di regime, e spesso è più facile di quel che si creda. Lombroso ci viene spesso e volentieri in aiuto: trovate che un obeso con il capello da putto medioevale ed il papillon che ciancia senza azzeccare una doppia che sia una dei mali atavici dell’Italia e propone la deindustrializzazione come via di salvezza sia oggettivamente ridicolo, prima ancora che di cattivo gusto? Siete sulla buona strada.

Matteo Rovatti

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Una risposta a Gli intellettuali organici e quella separazione fra élites e popoli

  1. Pino Rossi 19 marzo 2017 a 17:00

    Ahahah l’obeso coi capelli da putto! 10 e lode

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