pelagrosaRoma, 17 nov – Pelagosa è un microscopico arcipelago di isole al centro dell’Adriatico, composto da due isole maggiori, la Pelagosa Grande e Piccola, per una superficie totale di neanche 0,5 Kmq, e una dozzina di isolotti e scogli, tra i quali si segnala Cajola, isolotto roccioso piatto e lungo 180 metri. L’arcipelago è situato a circa 70 Km ad est delle Tremiti, ma a soli 53 Km dalle coste del Gargano.

Pelagosa dipende amministrativamente dal comune di Comisa, piccolo paese dell’isola di Lissa, Croazia… non è una boutade, Croazia, dicevamo, benchè disti 70 Km dall’isola di Lagosta, equidistante quindi dalle Tremiti, ma ben 150 dalla “nostra” Ragusa, la maggiore città della terraferma dalmata più vicina e alla quale ne è prospicente, a conti fatti tre volte la distanza con le coste italiane.

Il piccolo arcipelago quindi, pur essendo politicamente croato è più vicino alla terraferma italiana che a quella dalmata, nonostante che per struttura geologica l’arcipelago è la naturale continuazione delle Isole Tremiti, di Pianosa e della penisola del Gargano, caratteristica che lo vede pienamente appartenere geograficamente alla regione e alla piattaforma italiana. Angelo Ginocchietti, nel 1931, scrive in un volume dell’Istituto poligrafico dello Stato a proposito dell’Adriatico che “le isole di Lagosta e Pelagosa ed il promontorio del Gargano lo dividono in due bacini: settentrionale e meridionale”, e che “la soglia sottomarina di Pelagosa […] congiunge il Gargano alla Dalmazia”. In seguito afferma che “L’isola di Lagosta e alcuni isolotti ad essa adiacenti, costituiscono l’unico territorio insulare dalmato rimasto in nostro possesso”, escludendo così la dalmaticità geografica di Pelagosa.

Questa anomalia geografica è comprensibile se analizziamo le vicende storiche che hanno investito l’arcipelago, un po’ come le correnti marine che sferzano queste isole: rilievi archeologici, condotti dall’archeologo italiano Carlo de Marchesetti, testimoniano che l’arcipelago è stato abitato dall’uomo sin dall’era preistorica, riscontrando una sostanziale continuità di antropizzazione in epoca greca, dalla quale cultura Pelagosa deve il suo evocativo nome, da pelagos appunto, mare. Dal periodo greco, durante il quale la storia si intreccia con il mito di Troia e con il civilizzatore Diomede, si arriva ai romani che abitarono le isole e vi fondarono un tempio. Dopo un periodo di silenzio, che fa pensare ad un graduale abbandono, le fonti storiche ci comunicano che papa Alessandro III, durante il suo viaggio per l’Adriatico del 1177, volle fermarsi sull’isola attratto dalla sua bellezza selvaggia lasciando segno nella toponomastica del luogo con l’esplicito Campo del papa, sul pianoro della sommità di Pelagosa Piccola. Nel XIII secolo, momento di massimo splendore delle repubbliche marinare, l’arcipelago era parte della Serenissima di Venezia, che vi confinò all’esilio il nobile Lusignan.

Successivamente passa sotto il dominio del Regno delle due Sicilie, amministrativamente fu riunificato con il distretto di Capitanata (Foggia); nel 1843 Ferdinando II ripopolò le isole, assieme alle Tremiti, con pescatori originari di Ischia, che continuarono per un secolo ad abitare quelle isole e a parlarvi il loro dialetto napolitano-ischitano. Nel 1861, con l’unificazione del Regno d’Italia, Pelagosa passa dalla sovranità borbonica ai Savoia. Il nuovo stato unitario non fa nulla per il nostro arcipelago, che gradualmente si spopola dei pescatori ischitani, fino ad arrivare al 1862, quando un brigantino italiano costretto da una tempesta a riparare a Pelagosa Grande, vi trovò un brigantino austriaco che aveva sbarcato degli uomini. “Il capitano italiano de Toth […] già meravigliato dell’incontro, rimase più meravigliato ancora quando si vide accolto dal collega austriaco come straniero su terra di Francesco Giuseppe. Dichiarò che lo straniero non era lui, che l’isola era terra italiana […] l’austriaco sostenne la legittimità del possesso…”. Il capitano italiano piantò il Tricolore e salpò. L’incidente fu riferito ai ministri italiani degli Esteri della Marina e della Guerra. L’Austria sostituì la bandiera italiana con la propria.

Nel 1873 gli austriaci se ne impossessarono definitivamente con un’azione unilaterale ma è noto che già dal 1866 vi facevano delle rapide incursioni militari, nel 1875 vi eressero il faro, il più notevole dell’Adriatico e uno dei maggiori del Mediterraneo, e una cappella con arrecante l’incisione “Francisco Iosepho Imperante … Die XXIX Mar. MDCCCLXXIX“, quindi con una propria presenza stabile sulla Pelagosa Grande. In questa parentesi austriaca debole è stata la reazione italiana, benchè ci furono, nel 1891, le interrogazioni del deputato napoletano Imbriani all’allora presidente del Consiglio Di Rudinì. Nonostante l’interessamento del primo ministro italiano, il Regno sabaudo si limitò a flebili rimostranze diplomatiche che non sortirono però alcun effetto.

Ma l’11 luglio 1915 torna il tricolore torna a sventolare su Pelagosa. Dopo cinquant’anni di occupazione austriaca delle isole senza una reale politica sovranista di parte italiana, per non turbare gli equilibri della Triplice alleanza, della quale l’Italia ne faceva parte fino alla vigilia dell’entrata in guerra, la nostra Marina militare, con un’imponente operazione partita da Brindisi e comandata dal s. tenente di vascello Alberto da Zara e dal contrammiraglio Enrico Millo, occupa Pelagosa con ben 90 marinai. In precedenza, infatti, era stato ratificato il Trattato di Londra dell’aprile 1915, che prevedeva in caso di vittoria dell’Intesa la cessione all’Italia anche di Pelagosa. Cessione codificata con la firma del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920: “Per le isole del Quarnaro e della Dalmazia l’art. III […] stabiliva […] facenti parte del regno d’Italia […] le isole di Lagosta e Pelagosa con gli isolotti adiacenti…”. La guerra combattuta passò anche da qui, e le acque attorno alle isole vennero consacrate dal sacrificio di 35 marinai, tutto l’equipaggio cioè del sommergibile Nereide ai comandi del capitano Carlo del Greco, aggiudicandosi la prima medaglia al valore militare della nostra Marina.

Con la vittoria della prima guerra mondiale l’arcipelago entra a tutti gli effetti come territorio del Regno, e come tale rimarrà fino alla fine del secondo conflitto mondiale, facente capo alla provincia prima di Zara, poi dal 1941 alla provincia di Spalato. Il governo fascista ripopolò di civili – provenienti il larga parte dalle Tremiti – le isole, restituendole alla loro vocazione principale, la pesca, vi installò una posizione metereologica, una chiesa parrocchiale e alcuni edifici. Dopo gli ultimi eventi bellici, il 10 febbraio 1947, nel Trattato di Parigi, viene ratificata la “piena sovranità sull’isola di Pelagosa e sugli isolotti adiacenti” alla Jugoslavia, aggiungendo che la zona, vista la vicinanza alle coste italiane, sarebbe rimasta smilitarizzata (art. 11, comma 2).

pelagCon la secessione dalla Federazione jugoslava del 1991, il possesso delle isole passa automaticamente alla Croazia senza essere contestato dall’Italia in alcun modo. Nel Trattato di pace del 1947 si ratifica, in materia di pesca, che i pescatori italiani avrebbero goduto degli “stessi diritti a Pelagosa e nelle acque adiacenti di quelli goduti dai pescatori jugoslavi” facendo poi riferimento alle normative precedenti degli anni ’20 che regolavano bilateralmente le attività di pesca nella zona. In effetti pescatori italiani e croati hanno sempre calato qui le reti, anche se negli ultimi anni si assiste a numerosi fermi di pescherecci italiani da parte delle autorità marittime croate, contravvenendo al trattato precedentemente citato. Sono cambiati gli accordi? Niente di tutto questo, il trattato è ancora vigente. Allora qualcosa bolle in pentola…

In effetti qualcosa c’è: nel 2003 il Parlamento (Sabor) della Croazia ha approvato con decisa maggioranza l’istituzione di una zona di protezione ittica e ambientale che, proponendosi lo sfruttamento esclusivo delle risorse ittiche, dei fondali marini e del sottosuolo, ha di fatto esteso la sovranità del Paese nella zona, procurando la scomparsa di un canale di acque internazionali e ulteriori danni alla pesca italiana, e questo spiega finalmente i numerosi fermi degli ultimi anni. Ecco quindi il nodo di Gordio, non tanto il mercato ittico, che pure quello italiano viene grandemente danneggiato, ma le risorse del sottosuolo. In pratica le autorità croate non vogliono imbarcazioni italiane nella zona attorno Pelagosa, forse perchè, e questa è una notizia di stretta attualità, vi si devono condurre dei saggi esplorativi? Nel marzo del 2014 infatti il governo croato ha emesso un bando per l’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi nel Mare Adriatico. Vi partecipano le maggiori compagnie petrolifere, tra le altre figurano la Shell, l’Eni e l’ExxonMobil, e nei ventinove blocchi di fondali destinati a questo progetto vi è anche quello dell’arcipelago di Pelagosa. Per il ministro degli esteri croato Ivan Vrdoljar l’Adriatico «è una piccola Norvegia di gas a nord e di petrolio a sud», o ancora «nuovo hub energetico dell’Europa sudorientale». Gli studi croati stimano che sotto il mare di loro pertinenza ci siano ben 3 miliardi di barili di gas e petrolio da estrarre in oltre 12 mila chilometri quadrati.

Dal 2010 gli ambientalisti italiani e i movimenti “NoTriv” si oppongono a tutti i progetti italiani di estrazione nell’Adriatico, respinti anche da una commissione ministeriale chiesta dalle regioni Veneto, Abruzzo, Molise, Marche e Puglia che giudica positiva la valutazione di impatto ambientale e per un elevato rischio di subsidenza comportante eventuali sismi.

Adesso all’Italia non resta che subire passivamente la politica egemonica della Croazia sull’Adriatico e gli effetti della imponente manovra energetica saranno a beneficio solo di Zagabria, con buona pace degli ecologisti di casa nostra che, a torto o ragione delle loro motivazioni, si vedranno comunque le trivelle un metro al di là del confine, solo che non saranno trivelle italiane. E la storia si è fatta beffa nuovamente della sorte della nostra Pelagosa.

Alessandro Pallini

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