Cgia: “Ridotto il cuneo fiscale sul lavoro”. Ma i salari sono sempre più bassi

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Cgia: si riduce il cuneo fiscale sul lavoro. Ma i salari non crescono


Roma, 3 ott – Si può riconoscere un merito agli esecutivi Letta e Renzi? Almeno uno, sì: a rilevarlo è la Cgia di Mestre, che spiega come grazie alle manovre degli ultimi esecutivi, sia sia ridotto il cuneo fiscale sul lavoro.

Si riduce il cuneo fiscale

Il peso del fisco sul costo del lavoro sta scendendo grazie ad una serie di interventi che spaziano dall’aumento delle detrazioni fiscali sul lavoro dipendente avviate dal Governo Letta, al bonus degli 80 euro introdotto dal presidente del consiglio Renzi e alle progressive misure approvate nel corso degli anni che hanno praticamente azzerato l’Irap sul costo del lavoro”,  ha spiegati Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio studi della Cgia.

A livello ci cifre, secondo le analisi dell’associazione mestri per una retribuzione lorda di 20.410 euro il cuneo fiscale si è ridotto di oltre cinque punti percentuali, anche grazie al bonus degli 80 euro. Benefici anche per redditi da lavoro più alti: per una retribuzione lorda di 30.463 euro la riduzione è pari a oltre un punto percentuale.

Molto sentito dal mondo delle imprese, il tema del cuneo fiscale è spesso segnalato essere ai primi posti fra le problematiche della (mancata) competitività e produttività italiana. Un ragionamento a metà, visto che altre economie “come Belgio e Austria – si legge nella nota della Cgia – ma anche  più grandi come Germania e Francia hanno un cuneo fiscale superiore al nostro”.

Ma si riducono anche i salari

Allo stesso tempo, tuttavia, parallelamente alla riduzione del cuneo fiscale si registra anche un altro calo. Poco lusinghiero, questa volta. Si tratta della continua discesa verso il basso delle retribuzioni. Come certificato dai dati eurostat, nell’ultimo trimestre l’Italia è entrata in piena deflazione salariale, una tendenza che prosegue già dagli ultimi mesi del 2014. Le statistiche dicono -0.2% (+2.1% nell’eurozona), sufficiente per essere in buona compagnia con Grecia e Cipro fra le nazioni a segno negativo. E’ vero che nel periodo gennaio-marzo si è manifestato un recupero sufficiente a superare l’inflazione, ma ciò non è sempre stato vero nei trimestri precedenti.

D’altronde, l’andamento di lungo termine supporta la tesi: dall’inizio degli anni novanta ad oggi la quota salari sul Pil è diminuita di 7 punti, dal 59 al 52%. Ben al di sotto dei massimi oltre il 65% degli anni ’70 e del 60% durante tutti gli anni ’80, quando la prima discesa si stabilizzò salvo ripartire complice anche l’eliminazione tout court della scala mobile operata dal governo tecnico di Giuliano Amato. Quel poco di minima ripresa che si è avuta dall’ingresso nell’euro è stata poi spazzata via dalle misure di austerità applicate per salvare la stessa area della moneta unica.

E senza salari, pur anche in presenza di una riduzione del cuneo fiscale, la ripresa della domanda interna – e di conseguenza della ripresa tout court – rimane una chimera.

Filippo Burla

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