nnnnAbuja, 22 mag – La Nigeria è un paese spaccato in due. Il nord è poverissimo e a maggioranza musulmana, il sud è più ricco e gli abitanti professano la fede cristiana. E’ difficile poi affermare con certezza dove e quante persone siano dedite all’animismo, i cui riti sono sovente praticati dai fedeli di entrambe le religioni abramitiche.

Ma sulle pagine di cronaca estera dei quotidiani italiani si parla purtroppo del paese africano quasi esclusivamente a causa degli incessanti crimini di Boko Haram, letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”, abbreviazione del nome arabo ufficiale Jama’atu Ahlis Lidda’awati Sunna wal-Jihad, che significa “persone impegnate nella diffusione degli insegnamenti del Profeta e del Jihad”. Dopo la rivendicazione del rapimento di circa 200 studentesse e la strage provocata nella città di Jos dai seguaci del leader sanguinario Abubakar Sheauku, la Nigeria rischia di sprofondare in una guerra civile che potrebbe avere gravi ripercussioni non soltanto per la già martoriata popolazione locale, ma anche per le aziende italiane che operano da anni nel sud del paese.

Danni incalcolabili in particolare per Eni, che ricordiamo essere per buona parte controllata dallo Stato italiano, avendo come principali azionisti Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che rischia fortemente di perdere il controllo degli oleodotti concentrati nel Delta del Niger.

Gli attacchi alle tubazioni provocati in particolare dai ribelli del Mend, che in passato sono balzati alla cronaca anche per aver sequestrato operai italiani, hanno già fatto registrare all’azienda di casa nostra perdite consistenti. Tutt’ora circa 60 mila barili di produzione al giorno vanno in fumo, o per meglio dire in mare considerando che gran parte del petrolio grezzo viene gettato nelle acque del fiume Niger dai responsabili degli attacchi agli impianti. Come dichiarato lo scorso aprile dall’ex amministratore delegato dell’Eni Scaroni: “nel Delta del Niger, chi opera a terra siamo noi, Total e Shell. Si tratta di un tema delicatissimo perché siamo soggetti al cosiddetto bunkering: criminali perforano tubazioni, prelevano il greggio, lo raffinano, vendono la benzina e lo buttano in mare, creando un danno ambientale spaventoso”. Scaroni ha poi ventilato la possibilità di un definitivo abbandono da parte di Eni del paese africano, perché, ha voluto specificare, “in un paese dove tutti sono armati tranne noi, che non possiamo neppure assumere guardie armate, passiamo il tempo a chiudere e ad aprire le tubature.”

Tra le stragi nel nord di Boko Haram, l’instabilità governativa e gli attacchi agli oleodotti occidentali a sud di Abuja i segnali per lo scoppio di una guerra civile si sprecano. A mancare è una chiara presa di posizione del governo italiano, che non sembra intenzionato ad interventi mirati per difendere gli interessi di un’azienda per buona parte controllata dallo Stato e che opera in loco dal 1955. In seguito allo scacco matto dichiarato in Libia dalla Francia, dopo sessant’anni di lavoro rischiamo di giocarci definitivamente il cuore dell’Africa nera.

Eugenio Palazzini

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